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La trasparente Chiara che bisticcia col cibo

La trasparente Chiara che bisticcia col cibo

Io non so come si fa.
E invece lo so eccome.
Non so come si chiama, non ho mai avuto il coraggio di chiederglielo, nemmeno di dirle “ciao”, forse perché il suo sguardo è sempre o basso o perso, a volte smarrito o focalizzato sul niente, a seconda dei punti di vista.
Mi voglio immaginare si chiami Chiara.

Chiara è sempre in piscina, sempre in palestra, sempre in idromassaggio e sempre in sauna. Sempre negli spogliatoi. È sempre lì.
A volte si mette in una posizione che sembra un quadro di Hopper, quello in cui la donna è seduta sul letto a guardare fuori. “Fuori” in generale, troppo in generale.
Altre volte è come se pregasse la Noia, e devota a lei, sta a sgambettare tra le bollicine della vasca idromassaggio, facendo quel gesto da bambina così tanto per fare. Controvoglia.
Altre volte ancora è ubriacata dall’urgenza, e con sguardo fisso su punti specifici, si veste, mette a posto le sue cose, con una velocità tale pare abbia sentito un campanello d’allarme.
Cosa devi fare di così urgente, Chiara?
La osservo spesso Chiara, e osservo anche la gente che la osserva, anche se loro non se ne accorgono.
Chi la guarda fa sempre un’espressione di disgusto, o pietà, o di disagio tale che vorrebbe fare qualcosa per lei, ma poi non lo fa. Esattamente come me, che non ho mai fatto niente.
A volte mi chiedo che sguardo possa fare io guardandola. E mi sento una brutta persona, perché forse anche io la scruto con pietà, perché il nodo alla gola ce l’ho sempre, e poi quando torno cosciente dalle mie emozione mi rendo conto di aver corrucciato le sopracciglia, e cerco di distenderle come prima.
Chiara non è più una ragazza, e evidentemente soffre di anoressia.

“Io non so come si fa”.
E invece lo so eccome.
Non si direbbe mai perché mangio sul serio, perché ho fisico sano e robusto, perché sono felice, ma ho pesato una quarantina di chili.
Non vi sto a dire il mio disagio, perché per come la vivevo io volevo solo scomparire, credevo pure in maniera serena, anche se in realtà alla fine apparivo troppo, infatti mi guardavano tutti come se fossi nessuno, quindi forse era solo un’insana forma di egocentrismo. Mi sono analizzata centinaia di volte, e sono guarita grazie all’unica persona che mi trattava da persona normale, e che mi guardava come se pesassi sessanta chili e il mio viso, nonostante molto giovane, non sembrasse quello di una vecchia. Non mi metteva al centro dell’attenzione come invece facevano tutti, non mi sgridava, non mi diceva “mangia”.
Adesso non so più dove sia finita Silvia, ma inconsapevolmente o no, mi ha salvata.
Quando osservo Chiara, ogni volta, le vorrei chiedere qualcosa. Davvero. Come stai, cosa hai fatto oggi, quanto hai nuotato. Ma ogni volta ogni domanda che ho in mente mi sembra stupida.
“Lucia, Chiara è una persona normale, come lo sei tu”. Scema, scema, scema.
Ma mi sono ripromessa che prima o poi le parlerò, anche se potrebbe o ignorarmi o rispondermi a monosillabi.
Chissà se ha amici, perché non è facile essere amico di una anoressica. Per niente, ve lo assicuro.
Chissà che lavoro fa.
E che passioni ha.
Magari potrei chiederle questo.

Ho paura di Chiara, questo è il problema, mio e di tutti gli altri che la guardano con pietà. Mi sento male per questo. Ho paura della sua sofferenza, della sua vita, dei suoi occhi posseduti da un demone senza cuore, ho paura della sua reazione se dovessi approcciarmi a lei in qualsiasi modo.
Che stupida che sono.
Chissà come ha fatto a diventare quella che è fuori. E chissà come è adesso dentro. Non glie lo chiederò mai.
Ecco perché adesso mangio. A volte mangio anche se non ho fame, ma con estrema regolarità, perché, altrettanto molto stupidamente sono terrorizzata nel tornare a pesare quaranta chili. So che non è una cosa così elementare, lo so bene, ma avere un rapporto con il cibo sereno, cosa che adesso ho ampiamente, così come il mio corpo, è uno dei pilastri della mia felicità.
Ecco perché non sono mai a dieta, nel senso moderno del termine. Perché curo il mio corpo ogni giorno, e perché mangio quello che voglio nel rispetto del mio stomaco, della mia testa, delle mie papille gustative.
Sono una donna fortunata ad amare così tanto il cibo da non strafare né in un senso, né in un altro, da permettergli di farmi coccolare. Lo rispetto, perché così anche lui rispetta me.
L’equilibrio, questo valore così sottovalutato e così poco di moda, è la chiave del mio benessere.
Solo che adesso la cosa più buona del mondo, il cibo appunto, è diventata la malattia moderna, una sorta di Sirene per Ulisse, tanto agognata ma tanto difficile da gestire, spesso perché i canoni da raggiungere sono impossibili, spesso perché la normalità non è sexy, non è top, non è abbastanza bella.
Voi non sapete quanto mi arrabbio quando vedo blogger, influencer, o gente come me, senza voce in capitolo, dispensare diete delle mele, delle susine, digiuni forzati, beveroni di frutta e basta.
Che cosa assurda. Che bisogna essere forti per sostenere la potenza dirompente del cibo, che è ciò che di più bello e gioioso che ci sia, e che è dirompente nel senso più bello del termine.

Non credo che Chiara sia trasparente perché voglia essere più bella. No. Ma anche lei bisticcia da anni con i carboidrati, sicuro, loro che poveri, dovrebbero rappresentare il massimo della gioia.
Non so che fare, ma a questo punto forse credo che chiederle quale sia il suo colore preferito potrebbe farle piacere.

 

 


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  1. Martina

    2 giugno

    Lucia Del Pasqua, grazie di esistere.
    Non c’è un benedetto articolo su questo blog che io non abbia divorato in pochi secondi, suscitando profonda stima o ammirazione.
    (Questo è andato dritto al cuore).

    #fashionpolitan #truewoman

    • Lucia

      2 giugno

      grazie davvero Martina 🙂

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