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L’amabilità dell’inutilità

L’amabilità dell’inutilità

Incredibile ma vero, ma io compro pochi, pochissimi vestiti (nonostante abbia l’armadio in perenne crisi alcolica, ovvero sempre in procinto di vomitarne qualcuno). Quei pochi che compro, ormai lo sanno anche i muri, sono vecchi e usati. E sul perché sia bello indossare qualcosa di vecchio e usato sorvolo, perché è abbastanza ovvio (o per lo meno, l’ho detto centomila volte, e in questo caso repetita non iuvant, ma sfavat).
Quelle cose che continuo a comprare sono le vestaglie.
Le vestaglie sono quei capi di cui credi, t’illudi di avere bisogno, perché “vuoi che a casa non serva una vestaglia”, ma che poi non è mai così. Le vestaglie non servono a niente, e questo è il bello. O meglio, per alcune servono a fare le sexy con i (neo) fidanzati, per altre per far credere loro che davvero trovano naturale struccarsi con l’acqua micellare indossando un pezzettino di seta che, tra l’altro, non sta mai legato in vita più di ventisei secondi di fila.
Ditemi voi se nel 2016 si gira per casa con una vestaglia? Semmai in T-shirt, e se va bene dei pantaloncini macchiati di candeggina.
È per questo che amo questo pezzo d’abbigliamento: perché è caduto in disuso, ed è dunque nostalgico e polveroso.

Se ci pensi, pensi ad un oceano d’immagini: alla nonna con i bigodini in testa, i gambaletti sotto al ginocchio e le ciabatte rotte da qualche parte, ad Edwige Fenech e Lino Banfi su La 7 Gold, alla mamma che infila nella valigetta da ospedale del babbo la vestaglia del nonno, al nonno con il suo “accappatoio” di pile, che nelle tasche è pieno di fazzoletti involtati di qualsiasi cosa, ai film giapponesi, a Marilyn Monroe, a quella mano “di pesca” se ci passi le dita sopra, alle sigarette mai fumate o fumate per finta, alle ciabatte con il pon-pon sopra, al soft-porn, al trash, a Requiem for a dream, a Pina, la moglie di Fantozzi, al cotone tra un dito e l’altro dei piedi con le unghie laccate di rosso. Insomma, ad un sacco di cose.
Ed in effetti io le mie vestaglie le indosso quando ci penso, non mi viene mai naturale come accadde per tutti gli altri capi d’abbigliamento. Le indosso sia a casa, in momenti non bene specificati, che fuori come sorta di giacche.

Di questa m’innamorai alla Fiera d’Antiquariato ad Arezzo: quel giorno lì avevo jeans, tacchi e una t-shirt bianca, era davvero perfetta. Davvero nonostante le finte lisciate e gli assolutamente superflui complimenti della venditrice, ignara del mio assoluto non ascolto nei suoi confronti, anzi, se non me li avesse fatti forse c’avrei messo meno a comprarla.
La prima volta che la misi è stato come una sorta di copri costume in una giornata di sole in un maxi resort in Toscana; effettivamente parevo la moglie di un ricco russo al cazzeggio.
Ecco ci sono: la vestaglia è quel capo per il cazzeggio che in realtà è finto pure quello. Non so se mi spiego.

(Qui l’hashtag è decisamente #nomakeup)

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