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Perché negare l’evidente necessità del ricordo?

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Devo avere una malattia che riguarda il troppo amore per le cose vecchie. Banalmente la potrei anche chiamare nostalgia, ma non penso sia solo quella, penso sia qualcosa di più “grave”. Qualcosa che include il fatto che vedo Olivetti al posto di computer, vita alta invece che vita bassa, pane e marmellata invece che Nutella B-ready, inchiostro invece di pixel. Qualcosa che mi spinge a metabolizzare la modernità non come un male, ma come un noioso sinonimo di omologazione, a partire dai vestiti. Una totale mancanza di charme.
E sì, è vero che negli anni Cinquanta lo stile era quello, negli anni Sessanta idem, e così via, ma almeno le donne erano ugualmente chic (anni Cinquanta), coerentemente e stilosamente sciatte (anni Settanta), o tutte pronte per un Charleston (anni Venti).
Oggi siamo tutte alla ricerca di un concetto che o non c’è o è del tutto inutile e non funzionale all’estetica femminile (invece lo è per l’uomo medio). Il concetto dovrebbe chiamarsi tette-culo-rock-and-roll.

E così più vedo scarponi alti neri con fibbie di metallo, jeans su gambette da gallina denutrita e bionditudini da photo-call, più mi vedo film in bianco e nero, più mi concio come se me ne fregassi che siamo in realtà nel 2015, più mi voglio bionda Marylin.
E non è un vanto ciò, è un dato oggettivo.
Ieri all’aeroporto la signora dei controlli mi ha chiesto dove avessi comprato le scarpe, la voce si è sparsa, fino a quando un ragazzo sempre dei controlli mi fa: “che scarpe vuoi che siano? A me non piacciono: tacco basso, punta tonda, come ce le aveva mia nonna!”.
È tutta colpa di Uomini e Donne se le scarpe anni Trenta non piacciono agli uomini, che invece preferiscono i plateau.

Sere fa mi stavo riguardando Hiroshima Mon Amour, film con Emmanuelle Riva, per me capolavoro solo per le seguenti frasi:

“Perché negare l’evidente necessità del ricordo?”

“Tu mi uccidi, tu mi fai del bene”

Stavo guardando come un paio di scarpe bianche su un completo bianco siano la quintessenza dell’eleganza e non della tamarraggine (perché si sa: scarpe bianche sono in genere scarpe da cubista), com’era l’amore ai tempi non dei social network, e l’amore intenso, di due persone vicine per un solo attimo, ma lontane per tutto il resto della vita.
Non faccio qui review alcuna del film, posto solo un paio di foto che ho trovato su Pinterest digitando “hiroshima mon amour”. Ho trovato la Riva con un fazzoletto in testa. Sì, il solito che si mette la befana con le scarpe tutte rotte, le nonne d’una volta per andare in Chiesa, le signore di campagna in ciabatte e vestaglia, alcune musulmane.
Al mattino dopo ho ravanato tra i miei sessanta foulard e ne ho trovato uno rosso. Ho cominciato a farci un po’ di prove, a metterlo sia “in modalità befana”, e poi anche in altri modi che vedrete più avanti.
Non so se in “modalità befana” esteticamente mi piaccia o no, ma mi fa ricordare, quindi sì, mi piace.
Mi piace sentirmi diversa, e mi piace sentirmi la “c’era una volta girl”.

E allora come si chiama la mia malattia? Non può essere solo nostalgia.

Gonna: vintage
Camicia: iBlues
Scarpe: Pollini
Make up: Chanel

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