Preciso uguale no, non sono io

Sono cresciuta con in testa la formula preciso uguale bello, ovvero se le calze sono bucate si buttano, se le maniche non sono arrotolate perfettamente non va bene, se un orlo è sdrucito si cuce immediatamente, se si esce con due scarpe del colore diverso si chiama il reparto psichiatria.
Sono cresciuta come era giusto che crescessi per i tempi.
Poi la mentalità borghese ha preso una piega un po’ più shabby e ho cominciato a non stirare più nulla, a non allacciarmi le scarpe a volte, e scegliendo bottoni diversi per la stessa giacca.
Fino ad ora nessuno ha mai convocato uno psichiatra.
La formula preciso uguale bello non s’è trasformata in preciso uguale noioso, ma in preciso uguale no, non sono io.

Essere precisi nel vestirsi richiede uno sforzo troppo grande che io non mi sento di applicare, un impegno che non voglio prendere.
Ho preso questo kimono da Zara, in saldo, una delle pochissime volte all’anno che ho la stabilità mentale di entrare in un negozio gigante. Era aperto e con la fodera non aderente al tessuto.
Una settimana dopo l’acquisto l’ho portato da due signore non più di primo pelo vicino ad Arezzo e mi ci sono fatta applicare dei bottoni per poter trasformare il kimono in un abito.
Mi hanno messo i bottoni un po’ storti, alcuni diversi, mi hanno cucito la fodera, ma non stirata.
Amen, ho lasciato tutto così, spreciso. E nonostante codesta non precisione la gente mi dice “che bello il vestito!”
Uno dei miei insegnanti di surf indossa sempre due ciabatte diverse.
Francesco ha sempre le Converse slacciate e la camicia mezza sbrindellata.
Un tizio che vedo spesso al bar ha gli stivali mai lucidi, ma pieni di “righe”.
Credo che ciascuno di loro sia unico, divertente, originale.
Non so se lo facciano apposta o meno, per distinguersi da un mondo di omologazione, ma trovo sia fantastico che osino tutti essere imperfetti, se stessi, normali e rilassati.

 

 

 


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