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Roberto, il Power Ranger delle motociclette

Roberto, il Power Ranger delle motociclette

Dopo quel personaggione del barbiere Peppino, sono andata a stalkerare altri due tipi di livello, la zia del babbo, quasi un secolo all’anagrafe e una cultura telenovelistica da far invidia al fan club più incallito di Brooke Logan, e Roberto, un Power Ranger umano che si trasforma in un guerriero buono, che lotta contro i mali delle motociclette per un mondo migliore a due ruote.
Dato che sostengo con immensa gioia il progetto CAYA di Crocs, li ho interrogati entrambe sul valore di essere se stessi, ed entrambe, raccontandomi le loro storie, mi hanno dato delle risposte totalmente differenti.


Parto dal Brambilla, Roberto, il Power Ranger di Monza, un ragazzone che ha la scritta Power tatuata sull’avambraccio, e che s’è preso cura della mia Hondina.
“Io non ho mica mai visto quella serie lì, ma l’idea della metamorfosi, trasformazione, m’è sempre piaciuta; il mio primo biglietto da visita con un Power Ranger disegnato lo feci nel 2000, faceva ridere tutti, anche personaggi grossi”.
Personaggi grossi perché Roberto è figlio di un pezzo grosso, Vittorio Brambilla, un famoso pilota automobilistico e motociclistico, dunque a contatto con altri numeri uno.
Cinquantuno anni e mezzo (mi raccomando il mezzo), e gran parte di essi passati a trasformare motori, molto prima che le moto special, cafè racer e compagnia bella fossero di moda, con un nonno e un papà severo, molto severo, che non gli ha mai insegnato propriamente il mestiere, ma glie lo faceva vedere, per capirlo poi bisognava arrangiarsi.
Roberto s’è arrangiato tra motori e motorini fin da piccino, quando il nonno Carletto aprì la prima officina a Monza, alla fine degli anni Cinquanta.
Ben trentadue fratture all’attivo, mi ricorda sorridente la causa di alcune di esse, come se fossero medaglie al valore per aver fatto quello che ha fatto, senza mai pentirsene.
Il primo incidente lo ebbe a tre mesi, per una volta non fu colpa sua, dice, e da lì stette un anno praticamente fermo, ma appena i suoi lo misero per terra camminava.

A undici anni il papà gli regalò la prima mini moto, Italjet, con la quale Roberto voleva “fare i salti”. Al primo salto si vide in aria, troppo in aria, atterrò male, e via altre fratture. Ne buscò pure.
A diciotto anni, senza soldi per mettere la benzina nel motorino, per andare a trovare una ragazza a Menaggio, decise di rubare la macchina al boss (il babbo Vittorio), con la quale pigliò male un tornante, durante una gara con un’altra macchina, “c’eravamo ingarellati con questo”, sbatacchiando tra tre macchine e il guard-rail: il suo amico si aprì la testa sbattendo la testa sul suo Rolex d’oro, e lui aggiunse altre tacche alla sua collezione di fratture.
“Quando il boss arrivò, da quanto era incazzato, mi dette una pedata nel sedere che mi fece rompere anche la clavicola”.

Non solo: fece due anni di lavoro nell’officina del babbo a 5 mila lire anziché a 50 mila lire, per ripagare la macchina, una Alfa Romeo GTV Turbo Delta.
Dopo aver provato a correre con le moto, accettò la sfida di fare il co-pilota in un side-car, nel 1984, e finì indovinate come? In fratture.
“Ma rifarei tutto – mi dice – mi sono sempre divertito a correre, a fare il matto, e senza mai bere, farmi una canna, pippare, non ho mai fatto nulla di quella roba”.


Gli chiedo cosa comportasse essere figlio di Vittorio, e anche nipote di Tino Brambilla, due pezzi da novanta nel mondo dei motori conosciuti a livello internazionale.
“Non mi sono mai accorto di avere un papà pilota di Formula 1. Ci ha sempre portati poco in giro quando lavorava, anche perché io andavo a rompere i coglioni a tutti gli altri piloti: avevo una valigetta di cartone che mi tenevo stretta stretta, dove dentro ci mettevo autografi, fotografie, adesivi degli altri piloti”.
Mi pare di vederlo.
Nel 1994 si sposa, molla l’officina e va a fare il ristoratore, ma resiste fino al 2001, quando torna a fare il suo lavoro di Power Ranger delle motociclette, meccanico nell’officina che nel frattempo aveva aperto assieme al fratello e cognato.
Gli domando se si sia pentito o meno del fatto di aver fatto il ristoratore per un po’.
“No, perché ho imparato a cucinare e perché a me piace capire come si fanno le cose, come si costruiscono, dai piatti ai motori, pensa che qui ci costruiamo noi anche gli utensili di lavoro”.

Da due anni lavora assieme al fratello nella nuova officina a Vedano al Lambro, dietro Monza, che pare un ristorante per organizzazione e pulizia, facendo un mestiere, come dice Roberto, spesso sottovalutato, perché dai meccanici dipende la vita delle persone, quindi devono essere figure ben preparate.

Domanda finale: “Roberto, sei e sei stato sempre felice di essere te stesso?”
“Mi sono sempre vestito alla cazzo, non me n’è mai fregato nulla, ma mi notano tutti comunque, ho sempre scherzato tanto, non ne ho mai avuto timore, molti se la prendono, ma io sono fatto così, ho sempre fatto quello che volevo e me la sono goduta. In un mondo dove conta molto apparire, sarò controcorrente, ma io credo ancora nel valore della genuinità. Sai cosa? Forse avrei dovuto essere più diretto nella vita, e un pelino più cattivo, ma tanto non ci riesco mica”.

In collaborazione con Crocs

 

 

 

 

 

 


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  1. giulia

    29 agosto

    L’ultima foto è bellissima e mi immagino la scena di lui da piccolo che va a rompere….questi post li adoro!!!

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