READING

L’influencer provetta si fa in provetta

L’influencer provetta si fa in provetta

Il bello dell’Internet è che si può dire tutto.
Il brutto dell’Internet è che in realtà non si può dire niente.
Il brutto della Del Pasqua è che fa sempre e per forza il bastian contrario.
A dire la verità preferirei essere molto più d’accordo che in disaccordo, mi farebbe meglio alla salute credo.
Ho pensato diversi giorni sullo scrivere o meno questo post, per varie ragioni, la prima è che comunque avrei detto tutta la verità prendendomi i miei rischi. Anche se a dire la verità non ci dovrebbero essere rischi, o sbaglio?

Dunque, leggo giorni fa una notizia su Pambianco che titola così: Condé Nast creerà le blogger in house.
Prima di andare avanti con la lettura confesso di essermi immaginata teche di vetro con all’interno squinzie con tette, culo, e bocca già rifatte, con gli occhi chiusi, choker al collo, fluttuare in una specie di liquido amniotico.
Vado avanti con la lettura.
In sostanza: nasce la Condé Nast Academy, in collaborazione con L’Orèal e Bocconi (e ripeto, L’Orèal e Bocconi), che prevede sei mesi di corsi gratuiti su come diventare influencer, per le venti che in qualche modo passeranno le selezioni.
Poi la botta finale, una manganellata tra capo e collo, il virgolettato: “In Italia le beauty blogger non sono tantissime: di qui, la decisione di ‘crearne’ noi di nuove”, ha spiegato Formento, il responsabile digital Condé Nast a Pambianconews.

Ok, da dove parto?
Forse dal fatto che le beauty blogger in Italia ce ne sono a tonnellate?
E che Glamour.it è il primo sito che ha creato le beauty reporter? Per di più (ho detto per di più, non tutte) delle ragazzine lasciate più o meno libere di fare e scrivere quello che vogliono sul sito, che si vantano del titolo “beauty reporter” su glamour.it con aziende, parenti, amici.
Avevano chiesto anche a me di essere una beauty reporter, ovvero ricevere prodotti e recensirli, con possibilità di progetti futuri, e dissi di no perché no, non m’interessava.
Ad oggi lo trovo un metodo già obsoleto e noioso per sponsorizzare prodotti, alias fare marchette, che anche io faccio, tutte facciamo per vivere.
Appurato che in Italia le beauty blogger non sono poche, ci sono due marchi grossi, L’Oréal e Bocconi che ci mettono la faccia per creare a tavolino delle figure che in realtà dovrebbero nascere abbastanza spontanee.
Vorrei ricordare a tutti che le influencer sono diverse dalle testimonial: le prime influenzano tramite prodotti e valori sui quali credono veramente, sotto compenso e non, le testimonial ci mettono la faccia e vengono pagate per questo, che il prodotto o il servizio sia o meno in linea con la loro reale identità.
Le blogger sono quelle sfigate come me che ancora hanno un blog e che lo riempiono di contenuti non solo fotografici. Ah, che cosa anacronistica. E che possono influenzare.
Anche se a me i corsi non li ha mai fatti nessuno, capisco che certi non siano totalmente inutili, anzi, quelli finalizzati all’apprendimento di robe utili, tipo il SEO, le evoluzioni e le rivoluzioni dei social network, come si crea un blog, etc, possono essere utilissimi.
Ma i corsi con la Bocconi e la L’Oréal per diventare influencer perché le beauty blogger sono poche anche no.
Ti insegnano anche come comprare i fan? Come non far sapere aziende che esiste socialblade, quello strumento che ti fa vedere quanti fan compri al giorno? È compreso nel corso un gemellaggio Italia-Indonesia per lo scambio dei bot? Un’asse Milano-Bali?
E poi, alla fine dei sei mesi saprai benissimo come e su cosa influenzare? Tipo: se fai vedere il culo o ti limoni il fidanzato influenzi di più, se perdi tempo a fotografare vecchi palazzi molto meno.

Ogni tanto mi arrivano messaggi del tipo: “Ciao Lucia, non ho un blog, ma ho Instagram, vorrei sapere come si fa a fare il tuo lavoro, e a farsi i contatti”.
Ogni volta mi verrebbe da lanciare il telefono dal quinto piano.
Risponderei così: “Ciao, sono una disoccupata e ho la prima elementare, ma ho tanta forza di volontà, vorrei sapere come si diventa la regina del Qatar, una broker di successo, e magari anche la capa del mondo”.

Adesso sarò sicuramente bannata dalle aziende qui sopra citate, ma poco m’importa, questa notizia mi ha fatta troppo arrabbiare.
Ho lavorato per Condé Nast, sono stati degli anni magnifici, era l’era dei blogger, si stava cominciando a capirli, c’erano i primi progetti, ed io era sia una redattrice free lance che una blogger. Mi sono divertita un sacco e ho imparato moltissimo sia con Style.it che con vanityfair.it. Fino ad un certo punto.
Ogni tanto ho collaborato con L’Oréal, un’azienda le cui scelte di marketing e comunicazione non sempre capisco, o meglio, capivo più una volta, anni fa, che adesso.
Conosco un minimo il mondo digital perché ci sono dentro dall’epoca di Splinder.
E questa notizia m’ha fatto accapponare la pelle.

Come se non bastasse, stesso giorno, Simona m’informa di un nuovo format, Influencer Girls, delle puntate online su Youtube, dove alcune ragazzine e ragazze “che spopolano sui social”, dice la voce narrante, suddivise in tre team, team Rock, Chic e Trendy, si raccontano (tra l’altro sulla colonna sonora “Riccione” dei The Giornalisti).
Non saprei da dove cominciare a commentare, perché a distanza di una settimana sono ancora senza parole, specie per la “qualità” del programma, quindi nel frattempo vi lascio il link del canale. Fatevi un’idea. Praticamente la versione molto casalinga di The Influencer, programma nel quale, che sia piaciuto o meno, almeno gli standard di qualità sono stati alti.

Insomma, prima mi vedo una casa editrice che vuole fare business creando influencer in provetta, poi spuntare certi programmi che ritraggono le influencer come personaggi alcuni anche un filino volgarotti e altri un po’ messi lì a caso con fan palesemente comprati. Tutto perché queste figure che influenzano vanno di moda, anche se poi nessuno pare aver capito, o voglia capire, cosa fanno e dovrebbero fare realmente.
Tutte noi potenzialmente siamo delle influencer. Il bello è che posso esserlo più io con pochi fan e una passione precisa, che un’altra con centinaia di migliaia di followers e un milione di prodotti marchetta, dal trash al super lusso indistintamente, presenti nel proprio Instagram.
Nel mio mondo ideale sarebbe proprio così: influenzare vorrebbe significare credere in qualcosa e comunicarlo con passione, con o senza soldi dietro, non vestirsi da zoccola e comunicare il proprio culo e basta.
I have a dream.

 

 

 

 

 

 


RELATED POST

  1. giulia

    24 luglio

    Concordo condivido e sottoscrivo ogni singola riga del post:D

  2. Rita

    26 luglio

    Ti ringrazio per questo articolo. Non avrei saputo scriverlo meglio. Ancora una volta, anche io mi chiedo: ma i contenuti? Influencer girl? Una ca***a pazzesca! Xoxo rita

  3. Larue

    12 agosto

    Letto il tuo post, mi sorge il dubbio che, ormai, si veda il mondo dei social e “dell’Internet” come l’Eldorado di chi non ha arte né parte. E le aziende, tutte, comprese quelle che chiamiamo “università”, hanno colto l’ennesima occasione per ingigantire la schiera di quelli che sono pronti a qualsiasi cosa pur di farcela nel mondo tutto lustrini e Campari (ehm…) del fashion. Ti leggo da tempo e, come te, credo che facciano ancora la differenza i contenuti, anche se la tendenza è quella di scrivere sempre meno e “selfarsi” sempre di più. Si tratta di un livellamento verso il basso, indubbiamente: mi dispiacerebbe sapere che alla tua schiettezza, alla tua creatività, al tuo impegno e alle tue capacità di scrittura venissero preferite le solite cos(c)e da sgallettata in erba. Che dirti, Lucy? Tira dritto per la tua strada: di sicuro, ci sarà sempre chi, come me, lo apprezzerà. In bocca al lupo

    • Lucia

      12 agosto

      grazie di cuore per il bellissimo commento! Davvero.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

INSTAGRAM
@FASHIONPOLITAN