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Le pieghe in scooter in città come i plissé di Prada

Si può dire, non si può dire? Io dico.
Comincio (male?) con il citare la Piaggio, nonostante sia stata la Yamaha ad invitarmi a Roma ad un test ride (il primo della mia vita) di scooter.
Siamo sinceri, ok che sono una lifestyle blogger e che potrei fare tutto (è ironico), ma in teoria io ad una prova su strada con altri giornalisti di moto che fanno pieghe che altro che i plissé di Prada c’azzecco come i cavoli a merenda.
In teoria sì. In pratica se c’è di mezzo la meravigliosamente nostalgica figura dello scooter l’abbinamento del cavolo a merenda si può tranquillamente sostituire con il più fortunato pane e Nutella.
Piaggio appunto, il mio primo scooter fu uno Scarabeo. Da tredicenne, contavo i giorni che mancavano al 31 luglio del mio quattordicesimo compleanno per poter sfrecciare per le strade di Arezzo città e campagna e fare la cool tenendo i piedi rivolti all’interno e in punta, o addirittura con le gambe incrociate a mo’ di Paola Barale sul divanetto a Buona Domenica. Peccato io fossi su una sella, e pure un po’ sfondata.

Mi ricordo che all’inizio il casco non era obbligatorio, follia, solo dopo venne la scodellina, e quando c’era Arezzo Wave, non fatelo a casa, andavamo addirittura in tre sul motorino. Anarchia e follia insieme, che grazie a dio durarono poco grazie ad un cambiamento repentino delle regole.
Appena arrivata a Milano comprai da un amico uno Zip rosso da contrabbandiere con un adesivo attaccato non da me con su scritto “Fashion Victim”.
Una cosa di così trash, che alla fine era anche in un certo senso bella. Da alcuni vengo ancora ricordata come quella che alle Fashion Week si presentava con questo zippino mezzo scassato. Coerente cacofonia.
Quindi insomma, capite che il senso della mia presenza a Roma a provare la gamma Urban Mobility di Yamaha c’era eccome. Ancora di più se il giro in città prevedeva delle tappe intermedie, per lo più meravigliose botteghe storiche dove reperire materie prime per la cena… cucinata da noi. The Nostalgic Traveller in pieno.
Grazie a Yamaha ho anche capito che se un giorno m’andasse male con il blog, la scrittura, la tv, e le altre dodicimila cosa che imbastisco, nel caso non potrò mai fare la chef.

Fatto sta che non ero più abituata a guidare qualcosa di moderno, la mia Hondina è del ’77, quindi stare su un qualcosa che già frena e non balla come il Tagadà provocando pure strani rumori, mi ha positivamente sconvolta.
Ovviamente non vi farò commenti tecnici su ciascuna moto della gamma Urban Mobility, perché, come dire “non è palesemente il mio”, tuttavia devo confessarvi che mi ricredo sugli scooteroni. Sigla Marracash & Guè Pequeno.

Mi spiego: quando sono salita sul D’elight 125, con dietro Stefano, che mi ha aiutata a fare i video, è stata un po’ una rievocazione: io ad Arezzo, direzione centro, precisamente Angolo Goloso per mangiare anche un paio di crepes alla Nutella, o verso la piscina di Pieve al Toppo a fare finta di essere infastidita dai maschi, che invece coi loro scherzi mi facevano divertire eccome.

Con l’NMAX 125 e 155 invece mi sono sentita grande: a parte la guida da sborona, nel senso che la posizione è così comoda che potresti far finta dietro ci sia uno schienale su cui poggiarti assieme a Gianluca Vacchi, ma sono palesemente gli scooter per “più grandi”, più veloci senza essere truccati, con le sospensioni abbastanza pronte per le più sfortunate strade cittadine italiane, ed esteticamente due signori.

Il Tricity 125, diciamoci la verità, a livelli visivo non è che mi faccia strappare i capelli, forse perché per me di triciclo ce n’è uno solo, quello giallo con i pedalini bianchi, con il quale ho segnato tutti i marciapiedi e perfino gli sterrati di Ponte Buriano, e prima di riuscire a guidarlo bene, ci devi prendere l’abitudine. Tuttavia per le stramaledettissime ferrovie del tram che tagliano di violenza la strada, i sampietrini, e i dislivelli, devo dire che è l’ideale.

Fatto sta che alla fine del giro la cena non era mica buona. Peccato che sia stata solo colpa nostra.


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