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Volpe e rossetto anche coi soldati a Casamora

Volpe e rossetto anche coi soldati a Casamora

Scusate del mio non breve silenzio, ma altre cose mi hanno costretto a stare lontano dai miei lettori, occasionali e affezionati.
I giorni di Pasqua qua ad Arezzo sono stati allietati dalla presenza di mia figlia Lucia, che sebbene sia stata adottata con grande amore da Milano, è rimasta non solo nel suo spirito ma anche nella testa una maledetta toscana.
Ha voluto visitare località, bellissime ma dimenticate, alla scoperta del particolare e dell’antico, delle loro leggende ed in particolare dei ricordi indelebili che esse ci hanno lasciato.
Evidentemente padre e figlia hanno uno spirito nostalgico e umanista, infatti in quei giorni anche io ho visitato un luogo caro al mio passato.

Sono andato alla scoperta di una località, in alta collina del Valdarno Aretino, a cui si accede attraverso la provinciale dei Sette Ponti (in realtà sono di più), dove c’è la Fattoria Casamora.
A darmi il benvenuto una villa settecentesca che una volta era di proprietà dei marchesi Budini-Gattai, con giardino all’italiana; per il periodo del passaggio del fronte, il fattore ospitò i miei genitori, nonna e zia. Fu lì che venni concepito. La tenuta Casamora, che era un ex convento, era come un castello medievale, aveva tutto il necessario.
Lì vicino c’era Casa Biondo, un complesso di tre case contadine, di cui una adibita a negozio di generi alimentari e da forno; c’era infatti un forno a legna che sfornava una schiacciata così favolosa che se la mangiavi con la mortadella il mondo poteva anche finire.
La casa sopra il forno presentava i segni del fuoco, non di un incendio, ma dei lanciafiamme tedeschi. A questo punto ricordo un episodio che accadde in quei giorni tragici.

Dato che si cercavano nella villa armi e nascondigli, gli ospiti furono trascinati dai soldati davanti ad un muro.
Mia madre, lasciando la villa si portò con sé la sua amata volpe, se la mise al collo, indossò perfino il rossetto, quasi dovesse andare a fare un’elegante passeggiata. Nel frattempo mia zia Anna, un metro e mezzo di pepe e peperoncino assieme, litigava con un SS, perché le voleva portare via la sua Telefunken.
Andò tutto a buon fine anche perché quello che si cercava non c’era, e l’ufficiale prima di congedarsi baciò rispettosamente la mano di mia madre, forse per la sua indubbia eleganza.

Proseguendo una strada stretta che si inerpica per la collina, si arriva a S. Menzano, un complesso costituito da tre case, di cui una distaccata dalla strada. Quest’ultima è dove ho trascorso gli anni verdi della mia vita. Mio padre prese questa casa colonica dopo molti anni dalla guerra, sia per il posto incantevole sia per i ricordi che gli suscitava. Dalle finestre si osservava un panorama meraviglioso: la vallata del Valdarno e di notte, in particolare, l’albore di Firenze.
Mia madre amava meno questa villa, per il semplice fatto che doveva sempre pulirla da cima a fondo, ma in compenso diceva che come si dormiva lì da nessuna altra parte.
Era il posto ideale per meditare e studiare, infatti così ho sempre fatto, anche se spesso il paesaggio che si vedeva ti rapiva; ogni giorno si scopriva qualcosa di nuovo.
La sera ci riunivamo tutti in cucina, grandissima e con il camino, a parlare, discutere di sport e degli ultimi studi.
E poi c’era Tiki, sempre accovacciato sopra le gambe di mio padre; era un cocker molto vispo, che da quando era stato portato dal papà da Pistoia in una scatola, ne era diventato inseparabile.
Stava nello studio del babbo respirando fumo passivo, e si faceva rispettare dai suoi simili e dalle persone.
Intuiva quando dovevamo andare in campagna dalla presenza di un cestino, e non faceva che correre dalla contentezza per il corridoio.
Per accedere alla casa esisteva una strada campestre che proseguiva sia verso un piccolo castello, che in realtà era una casa colonica, che per il bosco. Questa strada era per il cane una via sacra, solo lui e quelli della famiglia potevano accedervi; infatti quando un giorno vide un uomo nel suo sentiero successe il finimondo: l’uomo sfoderò il fucile, era un cacciatore, e Tiki la scampò bella perché il babbo si accorse in tempo dell’accaduto.

Una o due volte la settimana si scendeva al paese, Pian di Scò, per fare provviste e visita ai “Ciaccino”, amici fraterni di mia nonna, ed anche al Segretario del Comune in Municipio.
Tutto era bello, ero felice e fiero della libertà che quel posto mi propinava e quanti sogni ad occhi aperti ho fatto in quella Leopoldina. Quanti sogni si sono avverati? Qualcuno sì!

Il Dottor Del Pasqua


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