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Cinque documentari che ho visto su Netflix

Cinque documentari che ho visto su Netflix

Kurt Cobain: About a Son
Ancora non ho ben capito come A.J. Schnack abbia potuto tenermi un’ora e mezza incollata allo schermo, senza farmi mai vedere la faccia di Kurt Cobain, bensì solo la voce. È stato come “vedere la radio”.
Questo non-documentario basato su interviste realizzate tra il 1992 e 1993, tra mezzanotte e l’alba, che sfata tutti i luoghi comuni di come in genere è costruito un documentario, ovvero con le immagini del protagonista, le testimonianze delle persone a lui vicine, spesso una voce narrante, mostra la parte più intima di Cobain, dal rapporto con la famiglia, a quello con la droga e la musica.
Il cantante si racconta in maniera lucidissima e senza variazioni di tono, per novanta minuti, come una partita di calcio, oscillando tra monocordi dichiarazioni di felicità, cinismo, odio e amore nei confronti di uomini e animali ben precisi (amore nei confronti dei gatti, belli perché difficili, simpatia per le mosche e le tartarughe, viceversa per i cani), attraversando la sua storia dalla sua città natale, Aberdeen, a Portland, fino a Seattle, dove è stato trovato morto.
Dalla sua infanzia serena, nella quale credeva di essere un alieno, e di sapere individuarne altri come lui, di essere sceso sulla Terra in qualità di bambino speciale, all’età in cui credeva che il rock fosse svuotato del suo reale significato, e che l’umanità non gli piaceva poi così tanto, About a son è un quadro apparentemente solo analitico, in realtà anche molto emozionale, che consiglio a chi è interessato nel vedere Cobain dal suo stesso punto di vista, non da quello dei media.
Per farvi capire, questo documentario è l’opposto di quello di Amy Winehouse.

1836345-38724138-1600-900My Way
È il ritratto di Berlusconi fatto da Berlusconi nella maniera più berlusconiana possibile.
L’ex Presidente viene intervistato dall’ironico, professionale e simpaticissimo giornalista Alan Friedman, condotto per mano come un bambino nella Fabbrica di Cioccolato, all’interno della sua villa-castello di Arcore.
Inutile dire che quello del vecchio premier non sia certo un racconto obbiettivo, quanto una storia condita con ricchi, ricchissimi pacchi di auto-elogi.
Effettivamente Berlusconi è stato un grande imprenditore-imperatore, dando per scontato abbia fatto tutto in maniera pulita, dato che ha inventato un’era, una televisione, lanciato un lifestyle; tuttavia la vecchiaia pare gli abbia dato ancora più manie di onnipotenza, dovute forse agli stereotipi di saggezza e di esperienza.
“Quando sono entrato in politica non ha funzionato perché da imprenditore ero abituato a lavorare fino a tardi, mentre in Parlamento non accadeva proprio così”.
Berlusconi che mai sbaglia, vittima del sistema, creatore di cose bellissime, e capace di cambiare e sorti del mondo.
Fa sorridere la scena in cui lui insegna all’allenatore del Milan come parlare ai calciatori, e ai calciatori come giocare. In realtà non fa sorridere solo me, ma i calciatori stessi, pieni zeppi d’imbarazzo (per lui).
Un documentario che parte dall’infanzia di Berlusconi a quando cantava nelle navi da crociera e poi costruiva case, fino al chiacchieratissimo bunga bunga.

epa03047053 (FILE) A file photograph showing Dario 'Lele' Mora at the theatre San Babila in Milan, Italy on 23 January 2011. Media reports on 01 January 2012 state that Dario 'Lele' Mora, a friend of Silvio Berlusconi's, a talent scout who is on trial for allegedly recruiting prostitutes for the former prime minister's 'bunga bunga' sex parties, has attempted to commit suicide in a Milan prison. EPA/GIUSEPPE ARESU

Sexocracy
Se guardi My Way, viene quasi naturale guardare Sexocracy.
È il racconto di Lele Mora, che parte proprio dagli inizi, quando a Montorio Veronese lavorava al Bar Mutanda, vicino alla caserma militare, come una sorta di maîtresse, gestendo incontri spesso omosessuali, tra militari, ma anche tra politici ed ecclesiastici.
Dall’analisi dei suoi amori, Fabrizio Corona e altri due uomini, alla sua pazzesca carriera come manager di quasi tutta la galassia di star italiane di vent’anni fa, fino allo scandalo di Vallettopoli, si ripercorre la parabola di un uomo che pare credere più nell’amore che nel sesso, e che si scandalizza quando le ragazzine lo chiamano per trovare loro un lavoro come escort.
L’amicizia con Berlusconi, le stelle e poi le stalle, e la perenne riflessione sul rapporto malato tra sesso e spettacolo, in un documentario che sicuramente tocca tanti luoghi comuni e crude verità.

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Steve Jobs, il Miliardario Hippy
Su Steve Jobs ho visto due film al cinema e questo documentario; effettivamente mi manca di leggerne il libro.
Questo film marca, anche troppo, e in modalità quasi temino delle Scuole Medie, ovvero con la paura di andare fuori dal seminato, il fatto che Jobs fosse un hippy.
Un hippy che viaggiava in India, che abitava in una casa praticamente vuota, che preferiva metodi naturali alle medicine, e che anche per tutti questi motivi ebbe successo.
Questo documentario evidenzia, naturalmente, come Jobs sia stato qualcuno che abbia cambiato il mondo, e che sia anche stato uno abbastanza stronzo.
(Noto delle similitudini con Zuckerberg).
Niente di nuovo insomma, a parte questo suo essere hippy (in realtà si sapeva già, sempre che s’intenda “hippy” in maniera moderna ovviamente).

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Going clear: Scientology e la prigione della fede
Un racconto crudo, incredibile e pazzesco su questa “religione”, alla cui base stava un uomo con dei problemi mentali, Ron Hubbard.
Dapprima scrittore famosissimo per le sue storie di fantascienza, poi per le sue teorie messe nere su bianco in Dianetics, un libro sulla scienza moderna della salute mentale, creò Scientology nel 1952 come una logica estensione di Dianetics; la differenza era che Dianetics si rivolgeva al corpo, laddove Scientology si rivolgeva all’anima.
Sposato tre volte, con in mezzo qualche corno fatto, arrivò perfino a rapire una delle sue figlie portandola a Cuba, dicendo alla ex moglie prima di averla fatta a pezzi e uccisa, poi che era sana e salva.
Più soldi sborsi, più hai la possibilità di essere libero, questo il vero concetto alla base di Scientology.
Insomma, se avete intenzione di arrabbiarvi per un’ora e mezza, vi consiglio vivamente di vedere questo documentario (spero per voi da un vecchio pc, perché potreste rischiare di spaccare un Mac).

 

 

 


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