“Il Marocco, un paese libero”

Mi pare incredibile il fatto che una tavola, semplicemente una tavola, da un anno a questa parte mi abbia rincoglionita così tanto.
Manco un uomo è mai arrivato fin lì.
E così grazie a quel “coso” a forma di lingua di balena mi vedo sempre più spesso incollata al computer alla disperata ricerca del volo più economico per una meta con onde annesse.
“Andiamo a Madrid?”
“No, non ci sono onde”
È buffo: mentre credo, crediamo tutti, che la felicità stia alla fin fine nelle cose più complicate, case, macchine di lusso, borse firmate, ecco che arriva un miserissimo fazzoletto di materiale che galleggia a spiazzare tutte le tue teorie in realtà mai professate perché “fa brutto e immorale”.
Perché che i soldi facciano la felicità è abbastanza evidente, no?
“La felicità sta nelle piccole cose” è quello che ci hanno sempre detto tutti perché ormai i ricchi sulla Terra sono davvero pochi, ma nessuno mai ci ha creduto fino in fondo dopo i dieci anni.
Poi invece cresci e capisci che può essere vero.
Come è possibile che sia attratta da qualcosa di così “basico”? Una tavola da surf e il mare con le onde. Pare un disegno di un bambino delle Elementari. Io che vivo tra rossetti e ristoranti anche costosi.
Forse è questo mistero che condisce tutto ciò di un innegabile fascino.
Nel frattempo tra mille dubbi tutti facilmente dipanabili, e duemila certezze io vado, e vago.

Stavolta ho vagato talmente tanto con la mente che mi sono ritrovata in un posto senza avere capito esattamente che posto fosse.
Dopo aver detto a tutti “Ciao, io vado a Tagazhout”, mi sono ritrovata in un villaggio chiamato Tamraght. L’ho compreso dopo due giorni di permanenza.

Marocco. L’incontro con il Marocco mi ha sinceramente scioccata.
Sono atterrata a Marrakech, l’ho vissuta mezza giornata, per poi viaggiare verso Agadir.
Direi che l’arrivo a Marrakech è stato impattante: sul pavimento dell’aeroporto ci potresti allestire un banchetto, per quanto è pulito, la polizia e le guardie sono impeccabili, anche nello stile, il design è futuristico, e c’è sempre profumo di detersivo di qualità.
Poi esci ed è come se ti infilassero dentro una clessidra da capovolgere: hai visto la perfezione e la discrezione dell’aeroporto di Marrakech? Dimentica tutto e tieniti pronto per il Carnevale, inteso come capovolgimento autorizzato.
Chiedo al taxista di portarmi al Riad, e appena scesa vengo presa d’assalto da ragazzi che si “offrono” di accompagnarmi alla meta stabilita, e se dico “no grazie”, mi dicono qualcosa nella loro lingua.
Provo a raggiungerlo da sola, senza aiuto, e vengo presa d’assalto ugualmente, solo perché ho in mano un cellulare con Google Maps aperto, e sto evidentemente cercando qualcosa.
Dopo un’ora, ho resistito un’ora, cedo e mi faccio accompagnare da un bambino, a cui do 4 euro, che rifiuta dicendo essere pochi. Sono quindi costretta a dargli più soldi.
Marrakech mi sta già sulle palle.
Decido di fare un giro per mercatini. Dopo un po’ capisco che se guardo un oggetto o qualcuno, se incrocio lo sguardo con qualsiasi cosa insomma, sarei stata aggredita verbalmente con frasi del tipo “compra”, “quanto offri”, “costa X”.
Quindi ho passato due ore a guardare niente e nessuno, per evitare che chicchessia turbasse la mia quiete e la mia teorica voglia di non essere disturbata.
Sono tornata al Riad stanca, infastidita e con l’idea che Marrakech fosse davvero sopravvalutata.
Non voglio contrattare, voglio comprare. Dimmi quanto costa e basta.
Non voglio essere disturbata e fermata ogni tre secondi, voglio essere lasciata in pace.
Non voglio rischiare di essere messa sotto da un motorino.
Non voglio sentirmi seguita.

“Scusi, il bus per Agadir?” Avrò fatto questa domanda venti volte, e credo di avere avuto dodici versioni diverse di risposte.
Giuro che quando sono riuscita a raggiungere il bus giusto, e ho poggiato il culo sul seggiolino davanti, quello delle secchione, ho tirato un trilione di sospiri di sollievo, nonostante avessi pure il naso tappato.
Il viaggio verso Agadir è stato ricco e infarcito di pensieri, cuciti tra un continuo dormi-veglia: quelle strade sarebbero perfette per un viaggio in moto, se voglio sopravvivere devo settare la mente nel mondo non europeo, ma arabo, ho troppa voglia di riuscure a surfare nonostante la febbre (già, la febbre).
L’arrivo è stato come raggiungere il Paradiso, e Karim, l’insegnante di surf che ci è venuto a prendere, una sorta di San Pietro.
Improvvisamente nessuno voleva vendermi nulla, il silenzio è stata la musica più dolce delle ultime ventiquattro ore, e il feeling è stato esattamente quello di casa.
In effetti Karim ci ha portato in una casa, il nostro surf camp, o meglio una sorta di surf-family-camp, He’e Nalu Surf Camp, con una ricchissima cena imbandita e altri ospiti ad aspettarci.
“In quale altra surf house ci sono persone che ti aspettano per cena?”, ho pensato.
Ho poi scoperto che qui si fa tutto assieme, non solo si mangia, ma si sta in acqua, si parla, si condivide tutto, si canta, tutti insieme.
Ho dunque vissuto tre giorni tra un villaggio berbero, Tamraght, nella quiete più totale, e l’oceano, in totale dissonanza con quello successo giorni prima. Eppure ero sempre in Marocco.
Tamraght è un luogo che tra qualche anno vedremo totalmente trasformato in un maxi villaggio turistico, l’Hilton e altre grandi catene c’hanno già messo l’occhio, nel frattempo è una sorta di cantiere con piccoli negozietti locali, due o tre esplicitamente dedicati ai turisti.
Ci sono sempre persone in giro, a qualsiasi ora del giorno e della sera, a chiacchierare fuori, bere un tè e passeggiare su improbabili sentieri in mezzo al nulla che sbucano però magicamente in “qualcosa”.
C’è purtroppo tanta sporcizia, non ci sono infatti cestini per l’immondizia, dato che li rubano, mi ha spiegato poi Karim.
È davvero singolare come in piccoli spazi e paesi come Tamraght o Aourir, il villaggio delle banane, ci sia sempre così tanto caos di macchine e di persone.
Vista la quantità di umanità perennemente in strada, ho chiesto a Karim (che ho asfissiato di domande) cosa facessero i marocchini, come vivessero, e lui mi ha risposto così: “in Marocco tutti possono lavorare, è il paese libero per eccellenza: se tu vedi un cantiere e vuoi lavorare lì, avvicinati e chiedi, e ti viene pure dato un tetto dove stare. I marocchini lavorano per passaparola: se hai bisogno, ad esempio, di un imbianchino, chiedi e l’imbianchino spunta. Poi magari quell’imbianchino sta due settimane a riposo, fino alla prossima richiesta di un amico che ha bisogno di ridipingere il garage”.
Ho raggiunto a piedi Aourir un paio di volte, al mattino e al pomeriggio, ed entrambe le volte i bar erano sempre pieni, tutti uomini, e i negozietti idem: per prendere l’olio di argan ho dovuto aspettare quindici minuti in coda.

Poi tra questo caos in miniatura che non ti aspetti c’è il mare, che non è mai troppo arrabbiato, anzi, è perfetto per accoglierti tra le sue braccia.
A dire la verità una delle cose più importante di questo viaggio è stato il fatto che Karim è riuscito a farmi levare il ginocchio per alzarmi sulla tavola da surf, per questo ho pianto un paio di volte dalla gioia.
Anche per tale motivo consiglio He’e Nalu Surf Camp, perché Karim è una persona speciale con una pazienza infinita, che prende a cuore qualsiasi “caso”, e Imane, la proprietaria, è una donna con due palle grosse così e un cuore così dolce che il miele a confronto è aspro.
Surfare in Marocco è stato diverso che surfare in Europa, perché la tua mente è occupata da pensieri diversi: ti dimentichi del fatto che devi stare sulla tavola per farti vedere da qualcuno che potrebbe dirti quanto sei bravo e gonfiare il tuo ego, vieni invece riempito di una strana spiritualità che si trasforma in rigorosa concentrazione, e il tuo cervello picchiato da continue riflessioni su un mondo così diverso dal tuo.

Diciamo che per me codesto mood è stato perfetto, dato che lì non volevo divertirmi, ma imparare, e grazie a Karim qualcosa ho imparato. E non solo a levare il ginocchio, ma a conoscere una cultura che è un universo, che ha Dio al primo posto assoluto, che ha un’immensa forza di volontà, che ha la sua “particolare” visione sulle donne e i gay, per esempio, che condivide. Che crede nello spirito, molto più che nel corpo.
Grazie Karim.

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