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Sui Thegiornalisti e sulle mamme che si disegnavan...

Sui Thegiornalisti e sulle mamme che si disegnavano il contorno labbra di marrone

Sinceramente sto facendo un monte di fatica a raccattare tutti i pensieri sparpagliati che ho, un po’ li ho pure lasciati all’Hiroshima Mon Amour, nella abbastanza grande paletta di un Senso Logico. Ma ci provo.
Chiedo un aiutino a Emmanuelle Riva, e torno qui.
Iersera dopo tre giorni di sveglie alle 6, aerei, treni, brina, autobus, mal di gola, la rava e la fava, siamo partiti per quella che io chiamo “la città piacevolmente bipolare del Nord”, Torino, perché stavolta non potevo permettermi di perdermi un live dei Thegiornalisti.
Me li fece conoscere Andrea con il suo solito entusiasmo che sfiora l’esaltazione un anno mezzo fa, se non più. Li studiai superficialmente, e mi dissi subito che quello che mi stuzzicava allora era la loro nostalgia.
Ed ecco il gioco del “se fosse”.
“Diamine, ma io sono loro se fossi una band”. Io che vivo nella perenne felice nostalgia degli anni Ottanta e addietro, che godo a vedere un’insegna vecchia, che raggiungo il nirvana seduta su una sedia di un ristorante con la carta da parati giallina insieme a rampanti vecchietti con la coppola e le mani dietro la schiena, immaginandomi Rimini, le cartoline e i bomboloni alla crema dinnanzi al juke-box.

Ieri durante la serata ho fatto il test dell’estrapolamento della telecamera immaginaria che avrei nel mezzo della fronte, per proiettarmela addosso e vedere le mie reazioni, e farne una media. La media è stata “sorridere”. Sorridere proprio tutto il tempo.
Ma mi pare abbastanza normale, specie per una ragazza, donna, di trentadue anni.
Sorridi perché quel che c’è nella musica di questi ragazzi è tutto ciò che la mia generazione ha rinnegato per anni, e che poi è tornata, pentita, ad amarla, perché si cresce, si matura, si torna al passato con un malinconico sguardo ai nostri obiettivamente pazzeschi anni Ottanta meno trash, quando ci facevamo i “metafilm” con i suoi re incontrastati, De Sica e Calà, pareva che ogni estate si divertissero un sacco loro, con i pantaloni sempre-bianchi-nonostante-tutto, e i maglioncini sulle spalle, che erano oggetto di diatriba estetica, tanto quanto adesso i pantaloni col risvolto. Quando le mamme si disegnavano il contorno della labbra di marrone e si coloravano il dentro di beige, dopo essersi passate il phon sulla frangia davanti arrotolata a cannolo, con sopra un’onda anomala di capelli a ricadere sulla destra, o sulla sinistra.

Allora Gino Paoli mica lo capivamo, poco Lucio Dalla, era roba “da vecchi”, anche perché poi negli anni Novanta sono arrivate le boys-band, gruzzoletti di ragazzini da tenere in camera sotto forma di cartonati a dimensione umana da incollare dietro la porta o dentro un’anta dell’armadio, che parlavano di amore in inglese, e tutto ciò ci pareva un sacco figo.
E poi sono sbarcate pure le girls-band, mucchietti di ragazze, tu ne sceglievi una tua preferita e ti ci identificavi, così quando giocavi con le amiche a fare le Spice Girls, tutti sapevano benissimo tu chi fossi, se Melanie C o Victoria, e si evitava di litigare. Anche se tutte volevamo essere Victoria.
Insomma, noi da giovani la musica italiana l’abbiano snobbata, perché era sfigata, dicevamo, perché i cantanti poi non erano boni come Nick Carter o Robbie Williams.
In realtà a quell’età non volevamo mica stare ad ascoltare tanto i testi, non li volevamo manco capire, solo balbettare “uachiuganagana”, l’ormone e l’inglese, entrambe cose incomprensibili, erano più importanti.
Solo Vasco Rossi piaceva quasi a tutti perché era il ribelle italiano, perché urlava cose che la gente credeva fossero di rottura.
Poi cresci e vai a ripigliare tutto quello che hai ripudiato: Marinella che scivolò sul fiume di De Andrè, I quattro amici al bar di Gino Paoli che volevano cambiare il mondo, il caro amico a cui Lucio Dalla scriveva (a mano, mica al computer) e il ritorno dalla pelle al cuore di Venditti.
Ripeschi tutto ciò, perché ascolti, capisci e ti dici che mica erano cazzate quelle che intonavano questi.

Per i film è un’altra storia. Bud Spencer piaceva allora e piace anche adesso, idem De Sica e Guido Nicheli. E la Terza C rimane e rimarrà sempre la Terza C.

Quindi i Thegiornalisti ci garbano, a noi trentenni nati nel benessere e cresciuti poi con una negazione davanti, ricordando di quando prima c’era solo e sempre un segno positivo.
Non sono più gli anni Ottanta. Per questo ci piace tanto rammentare quando si stava “cacini”.
E le canzoni dei Thegiornalisti ci piacciono perché non sono intellettualoidi, stralci di tragedie come accadeva negli anni Settanta, ma storie semplici, normali e meravigliosamente vere. I loro testi, che a loro piaccia o no, potrebbero finire su aforismi.it, t’entrano in testa e ti riscappano quando cucini, fai la doccia, o ti fai un giro in bicicletta, o in Vespa, alla Nanni Moretti.

Poi loro sono normali. La normalità santiddio.
Il duo Dolce & Gabbana va ad Hong Kong a scattare campagne con vecchietti e gente di strada, e apprezziamo infinitamente.
I Thegiornalisti sono dei ragazzi non irraggiungibili che non stanno tre ore a tirarsela per poi muoversi come Raoul Bova in “Piccolo Grande Amore”, ma sono degli uomini che s’impappinano, ballano non avendo la coordinazione come chiodo fisso, e che si divertono, facendo sorridere e rischiare stiramenti dei muscoli femorali a quelle che come stanno per un’ora e mezzo in punta di piedi per cercare di vedere il palco.

Quindi concludo con un teorema: se io ballo come se fossi la brutta copia di Roisin Murphy, guido una Hondina del ’77, sono una nostalgica persino dell’idea di nostalgia, e se voglio posso essere molto simpatica, cari i miei Thegiornalisti, posso mica essere vostra amica?
Anzi: chi vuole essere mia amica metta il dito qui sotto. 
Non sotto lì eh. Ad Arezzo si diceva così, a Roma non lo so.


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