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DGR: i motociclisti che non sono brutti e cattivi

DGR: i motociclisti che non sono brutti e cattivi

Millecentosessantanove motociclisti. Diamine, è tantissimo. Non contando quelli non registrati (pare ce ne siano stati), che se li trovo, li piglio e li stiro sotto la moto.
A Milano eravamo così tanti che per un momento ho creduto che l’asfalto suonasse le percussioni.
Dunque la mia prima Distinguished Gentleman’s Ride, organizzata qui da Matteo Adreani e che ha visto come ambassadors gli Anvil, è stata subito così: molto animata.
Per chi non lo sapesse, codesta manifestazione nacque grazie a Mark Hawwa, dall’Australia con amore, che aveva un tarlo nel cervello che gli diceva che santo cielo, i motociclisti non sono tutti brutti, sporchi e cattivi, quindi s’inventò un raduno di gente ben vestita.
Così nel 2012 imbastì la prima adunata di motociclisti gentiluomini (un po’ quel tipo di uomo che vorresti sposare, ecco), e l’anno dopo fece lo stesso, pensando inoltre di supportare una buona causa: raccogliere fondi per la ricerca contro il cancro alla prostata.
Ad oggi, il giorno del 25 settembre, questo raduno benefico si ripete in più di cinquecento città nel mondo.

A Milano la mia giornata è iniziata con una delle parti fondamentali per la DGR, la vestizione, che per mio sommo piacere è stata “bipolare”, nel senso che ho deciso di vestirmi da uomo, completo color vinaccia e cravatta regalatami tempo fa da un amico. Mi sarei anche disegnata dei baffi, se solo mi fossi ricordata di farlo. Certe volte desidero talmente tanto certe cose, che alla fine me ne scordo.
Dopo un breve meeting con alcuni amici per un caffè, siamo andati in Bicocca, ritrovo ufficiale per la partenza, dove c’era letteralmente un macello di persone, purtroppo alcune non proprio in tema, stilisticamente parlando.
Per certi momenti mi sono immaginata in uno stadio a vedere una partita da calcio, con gente vestita come se andasse ad un match di basket. Forse sono state le mutande di una ragazza ad uscire dai suoi jeans a vita bassissima che mi hanno fatto vedere le allucinazioni.

La DGR, a mio avviso, è tre elementi: primissimo tra tutti, ovviamente, la raccolta fondi, poi vestirsi in un certo modo (e quindi sì, ci si deve sbattere abbastanza per trovare il look giusto) e stare insieme, conoscersi e riconoscersi.
Non mi sento di polemizzare su quanto si è raccolto o quanto no, anche perché non voglio fare i conti in tasca a nessuno, e non trovo giusto dire “tu hai donato meno di me, sei una brutta persona”. Tengo valida quella frase che mi hanno inculcata fin da bambina: “l’importante è il pensiero”, e quindi che si doni 1 euro o 100, per me è sempre una buona cosa (anche perché non tutti magari possono permettersi di donare più di tanto). Ciò che è rilevante è donare, supportare, sensibilizzare un tema a me caro (e comunque a Milano si sono raccolti quasi ventimila euro).

La parata in moto, durante la quale mi sono dovuta fermare altrimenti la mia Hondina sarebbe scoppiata, è finita allo Spirit de Milan, dove alla fine ho vinto pure un premio (sono arrivata seconda) che ovviamente non avevo assolutamente capito di vincere.
“Lucia sei in finale”
Ah grazie, ma per che cosa?
Alla fine ho pensato che si vincono solo cose belle, quindi “ok, grazie”.
Ho compreso dopo di aver vinto un set da barba Proraso, una maglia e un casco, per il miglior stile (grazie Christian Pellizzari), e di vergognarmi come non mai una volta salita sul palco. Eppure vivo nell’egocentrismo.

E se volete donare, siete sempre in tempo.

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Foto di Alessandro Olgiati per Triumph

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_mg_3589-1 _mg_3569Foto di Matteo Cavadini per Triumph


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