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Si fa la guerra per cercare la pace

Si fa la guerra per cercare la pace

Non ho mai letto Guerra e Pace.
Il motivo più banale e sincero è direttamente collegabile alle sue dimensioni decisamente troppo grosse, e io difronte a cotanta roba mi sono sempre spaventata.
Largo ai doppi sensi (o dovrei dire “lungo” ai doppi sensi), la verità è che fino a pochi anni fa quando vedevo tonnellate di pagine racchiuse in un solo tomo mi prendeva l’ansia.
E da quando nella mia testa qualcosa si è ridimensionato, ho preferito leggere altri libri più grossi.
Tuttavia conosco la storia, ho visto uno dei film che hanno fatto, e il mio giudizio a riguardo è che sì, sarebbe un libro abbastanza impegnativo.

Ma perché è un casino.
Da quanto ho capito, tutto è all’ennesima potenza. C’è l’amore nel suo aspetto più drammatico, tragico e passionale, ci sono il tradimento, le feste i loro eccessi, l’andare e il non sapere se tornare o meno, la guerra. C’è anche la pace, ma persino la pace a volte sembra guerra, o una semplice boccata d’aria tra un conflitto e l’altro.
Non ci sono mezze misure, insomma. Non a caso il titolo è quello che è.
E principalmente è grazie al titolo che ho fatto delle riflessioni, più o meno “serie”.
Lo so, ogni volta che io pronuncio quella parola, serio, mi viene da ridere. Pare cacofonica con la mia persona.
E invece.
Pensando al titolo, Guerra e Pace, ho creduto perfino di essere tornata a scuola quando dovevo fare l’analisi dell’opera, magari senza manco averla letta tutta l’opera (in genere era qualcosa di Omero), e ai necessari collegamenti ai tempi moderni che le professoresse ritenevano indispensabili.
Dicevano sempre questa frase: “Vedete, anche se scritta centinaia di anni fa, quest’opera è sempre attuale, perché…”. Anche se i protagonisti si mettevano la pelle di leone come sciarpa e si nutrivano di nettare e ambrosia.
Tuttavia avevano ragione.
Difatti la prima cosa a cui ho pensato quando tra una tempia e l’altra mi spalleggiavano le parole “guerra” e “pace”, è stata l’esistenza.

Hey, hey, hey, questo è un blog, per di più anche fashion, non sarebbero ammessi questo genere di discorsi semi-seri.
E invece.
Siamo sempre stati in bilico tra guerra e pace. Fuori e dentro.
Le guerre fuori, quelle che prima si facevano con le frecce e poi con le bombe. E le guerre dentro, quelle che si fanno sempre allo stesso modo, ma con le bombe che scoppiano tra cuore e cervello.
Dentro.
Come ho già detto decine di volte, mi sono tagliata i capelli per fare guerra a tutti quelli che “una donna non è una donna se non ha i capelli lunghi”, e per dimostrare l’esatto contrario. Prima di tutto a me stessa, e ci sono riuscita. Sono una donna lo stesso, con una femminilità diversa da quella della norma, non certo fatta di boccoli psuedo-naturali o ciuffi che planano rovinosamente verso l’esterno. Sono una donna (molto) in pace con se stessa anche con pochi centimetri di cheratina in testa. Anzi, togliere fuori è stato aggiungere qualcosa dentro.
“Stavi meglio prima”, mi dicono certi. Ed è grazie a loro che io sono quella in pace di adesso.

A volte mi vesto da uomo. Un po’ perché mi piace, mi diverte moltissimo, mi fa stare bene. E un po’ per fare la guerra, e qui spiattello un luogo comune ma anche comunemente vero, ad una società fondata sulla donna come oggetto, ma soprattutto perché è la donna in primis che lo vuole, mettendosi in mostra peggio del pesce fresco al mercato. A volte penso che manchi loro solo il cartellino col prezzo.
“Ho le tette che mi arrivano alla bocca e il sedere in bella mostra, quindi sono sexy e femminile”
Non ho le tette che mi arrivano alla bocca, se è per questo non ho manco le tette, e il sedere non in bella mostra, per questo sono sexy e femminile a modo mio. Un modo condivisibile obbiettivamente dalla minoranza, ma soggettivamente da una elite a cui io voglio appartenere.
Idem quando mi vesto o “da vecchia”, con abiti che sembrano appartenere ad altri tempi, o che coprono parti che io credo debbano rimanere tali.

Sexy è coprirsi bene, non scoprirsi male.
Sexy è inoltre indipendenza; il contrario è “violenza della stabilità”.
Sexy è libertà, non la prigione dell’essere come quell’altra, che è come quell’altra ancora, che è come quell’altra ancora.
Sexy è ridere sguaiate, non far finta di ridere stringendo la bocca.
Sexy è correre via in maglietta bianca, e non posare senza.
Sexy è non rompere le scatole.

Guerra e pace, un susseguirsi in continuazione.
Giudizi e pregiudizi. Bolkonskij e Rostov.
All’alba dei miei trentadue anni, ho appurato che fare ciò che esattamente voglio, lottando a volte contro i mulini a vento, mi permette di raggiungere un equilibrio personale e di godere appieno di tutti i prelibati frutti della libertà, necessari per raggiungere la pace dei sensi.
“Non farlo, altrimenti chissà cosa ne penseranno gli altri”
No, fallo e basta, perché sei tu a dover pensare alle tue azioni, che se saranno o sono state sbagliate, pace, tutti sbagliamo.
Ed è lì che si ricomincia a lottare in cerca dell’armistizio con l’altra parte di noi con la quale si aveva aperto il fuoco.
C’è solo un caso in cui ho smesso di fare la guerra per cercare la pace.
Ed è il fatto di avere un blog. L’80% delle persone, nonostante dica di no, mi giudica per questo, ed io sono talmente stanca di dovermi giustificare che manco lotto più. (C’)È praticamente la mia vita, ed è il mio principale strumento di equilibrio. Perciò, ve lo dico nella più totale amonia, fottetevi.

In questa favola ci sono un sacco di morali, una delle tante è questa: oltre a leggere il libro, perché bisogna leggere, e lottare perché evidentemente la pace si ottiene con una rivoluzione, guardatevi la serie Guerra e Pace, è in onda su laeffe.

Abito: Lola Swing
Ph. Arianna Bonucci

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