Ericeira agitatrice di pensieri

Il primo ricordo di Ericeira è cronologico, e coincide con lo sputtanamento delle ruote della mia valigia, viste le superfici non proprio connesse su cui s’appoggia il villaggio. Da quel momento in poi, se il peso reale della mia valigia era venti chili, s’è tramutato in un valore stimato di trentacinque.
Il secondo ricordo, sempre cronologico, coincide invece con quarantotto ore di febbre, mal di gola e raffreddore durante le quali mi sono riposta sul lettino della stanza della figlia della proprietaria della casa di Airbnb, e riemersa da esso alla quarantanovesima ora, muta, col moccolo al naso, ma senza febbre, pronta per cominciare le vacanze.
Dovrei fare una top three, dato che in genere c’è sempre un podio per tutto, e che non c’è due senza tre, tuttavia no, perché allo scattare della mia lucidità fisica e mentale, s’è susseguito un discreto ingarbuglio di sensazioni, dapprima visive, che m’ha incasinato la classifica.

Diciamo che sono molto prevedibile per quanto riguarda il giudizio nei confronti dei luoghi che visito, ovvero se la combo è costituita da vecchietti, insegne ed oceano, è abbastanza ovvio che m’innamori.
Ed effettivamente per Ericeira così è successo: prima di tutto perché tra tutto quel bianco e azzurro, i famosi “colori Instagram”, m’è sembrato di sbarcare in Grecia, terra che ormai lo sa anche la Fata Turchina, amo, e dove non vedo l’ora di tornare.
Nostalgia parte prima. E nostalgia per me è sempre sinonimo di qualcosa con il segno “più” davanti.
Poi perché è un villaggio che nonostante il suo silenzio effettivo, non sta mai zitto, vuole sempre dirti qualcosa, e non necessariamente qualcosa di bello. Anzi, il più delle volte ti dice quello che non vorresti mai sentirti dire, ma che tu sai, ed è proprio dentro di te. E questa è ovviamente tutta colpa dell’oceano. Il fatto di tirarti fuori tutto, intendo.

Già, perché dal momento in cui tu ti metti lì, seduta su una panchina di pietra, che poggia su altre pietre che prendono in continuazione schiaffi dal mare, il mare comincia a schiaffeggiare anche te, per una questione di parità sociale, sbatacchiandoti prima su una guancia e poi sull’altra nient’altro che la realtà non detta.
Poi sai, dipende dai giorni. Quando l’oceano si mette d’accordo con l’altro amico blu, il cielo, non il furgoncino, e si coordinano per massaggiare invece che schiaffeggiare, è un’altra cosa: allora lì a cosa vuoi pensare, se non a goderti il qui e l’ora?
Ericeira è comunque un’agitatrice di pensieri, di qualsiasi tipo.
Tuttavia, io preferisco sempre quando il sole va in ferie e lascia spazio a quel bianco sporco, così anche il mare diventa grigino e mi ricorda casa mia. E comincio poi a tessere tele, e magari anche a disfarle, sulla realtà.

Una signora di lì mi ha detto che Ericeira sa essere davvero drammatica, specie d’inverno. I colori all’improvviso si sbiadiscono e tutte le forze naturali s’arrabbiano ancora di più. Persino le giornate diventano insonni, anche se è buio non dormono, non hanno pace, e diventano lunghe, interminabili, a volte tediose.
Per questo vorrei visitarla d’inverno, scevra di turisti e giù di tono.

Sono andata lì per colpa del surf. Perché un anno fa mi sono detta che dovevo diventare brava, perché mi piace davvero tanto. E una cosa per assaporarsela al meglio va saputa fare bene. Il che significa passare per stati di demoralizzazione non indifferenti, ma basta poi arrivi una minuscola soddisfazione per renderti ancora più toro e spronarti a provare e riprovare all’infinito.
È stato lì che per la prima volta in vita mia, tra le onde, ho avuto paura.
È stato lì che ho capito che avevo, ho bisogno della paura, di quella paura, per innamorarmi. Una sorta di salto nel vuoto, adrenalina, per poi tanto cadere sul sicuro, per terra.
E lì, tra quelle onde un bel po’ incazzate, mi c’ha portato Nuno Gonçalves, il titolare della scuola di surf West Cost.
Diciamo che ne ho girate parecchie di scuole a Ericeira, e nessuna mi ha convinto, perché io voglio imparare davvero, voglio essere seguita, non essere buttata in mare e provare a caso a prendere onde.
Nuno è un personaggio particolare, all’inizio non l’ho capito, mi aveva quasi fatta arrabbiare, poi mi sono sgarbugliata i dubbi a suo riguardo facendo ciò che so meglio fare: parlare. Ci ho parlato, gli ho spiegato cosa volevo, e dal giorno dopo è iniziata non solo la pratica, ma anche la teoria.
Fino a quando un giorno, quel giorno, sono andata là dove erano quelli bravi, a vedere se il mio cuore funzionava bene.
Nonostante si sia commosso, abbia saltellato più rapidamente del solito e abbia giocato d’azzardo, grazie a dio ha funzionato bene. E una volta uscita dai rabbiosi flutti m’ha rivelato che quello era davvero amore.  Morale numero uno.
Morale numero due: se siete ad Ericeira e cercate una scuola di surf, la West Coast è quella giusta.
Sono stata anche molto fortunata: durante il mio soggiorno c’era anche il Portoguese Surf Film Festival, dunque la mia surf full immersion ha coperto anche il campo cinematografico.

Allora, non faccio quasi mai guide di città, a discapito di racconti emozionali, ma stavolta vorrei consigliarvi un po’ di posticini carini che ho visto, tuttavia non considerate quindi questo post come una guida.
Il primo è sicuramente Hey Day Shop, un negozio che t’accoglie da fuori con una bella moto in esposizione con tanto di porta surf, per poi farti accomodare gli occhi su uno scaffale di tavole da surf nere, una sorta di armadio in legno con dentro camicie e occhiali, e un camerino con tanto di doccia che i surfisti più fighetti (lol) possono davvero utilizzare.
Il motivo per cui vi consiglio questo shop è perché pare l’opposto di Deus, poi magari c’arriverà, ma per il momento sembra essere indipendente e con uno stile ben preciso: essenziale, ma pur sempre appartenente ai mondi moto e surf, grazie al gruppo di brand presenti (All Brand No Brand).

Altro negozietto che vi suggerisco, questo è per i pochi malati di cose vecchie come me, è una specie di ferramenta al numero 28 B di Rua 5 de Otubro. Io sono uscita fuori di testa per saponette, dopo-barba e dentifrici Couto, o meglio per i loro packaging, che ovviamente mi sono portata a casa.
Sempre in quella via c’è anche un negozio di oggettistica prevalentemente sacra, quadretti kitch compresi, che starebbero bene attaccati alle pareti di certe case, ma anche libri polverosi, centrini e soprammobili di dubbio gusto, però interessanti.

Per quanto riguarda il bere e il mangiare partiamo dalle basi per un italiano, ovvero il caffè.
Dato che si sa, fuori dai confini del Belpaese fa abbastanza schifo in generale, al Surf Cafè, bar caro ma buono, c’è Santo Nespresso e tutte le varianti di caffè annesse, la mia preferita è caffè è macchiato con panna e scaglie di mandorle. Cose da magre, insomma.
Per la cena, o volendo anche il pranzo, sono due i miei posti prediletti: il primo è O Gafanhoto, un po’ defilato, prezzi onestissimi, dove mangi come o dalla nonna, o nell’albergo a due stelle degli anni Ottanta, ovvero direttamente da quegli orrendi vassoi argentati, in una fantastica atmosfera polverosa.
Il pesce è ottimo, il personale è gentilissimo, e il mood è certamente nostalgico.
Più centrale e incasinato, anche perché per mangiare devi per forza aspettare un sacco è la Casa Portoguesa: ci sono il wi-fi, degli ottimi hamburger, e il caffè è al prezzo che dovrebbe avere (in Francia ho bevuto pessimi caffè a 2 euro).

Insomma, Ericeira è bella perché è paradossale: da una parte gli abitanti non vogliono certo fermare le sue tradizioni per le orde di turisti che capitano ad agosto, quindi s’agghindano a festa per il concerto in piazza e continuano a pescare come se fossero gli unici esseri umani al mondo, dall’altra l’invasione di stranieri la tramuta in un paese che non è e che non vorrebbe essere.
Ripeto, ci devo tornare, e in un’altra stagione.

Foto realizzate con Canon M10

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  1. giulia

    6 settembre

    Le foto sono splendide, il paesaggio magnifico e hai tutta la mia ammirazione per il surf:D

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