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Moana, la panterona dalle ciglia più lunghe del We...

Moana, la panterona dalle ciglia più lunghe del West

Non ne ho mai saputo nulla di lirica, il più delle volte non capisco nemmeno cosa intonino i cantanti, né ero mai andata a vedere un’opera (prima di qualche giorno fa).
“Vederla”. Più che vederla ho vissuto l’ebrezza del meta teatro, nel senso che mi sono trovata nella mia versione (palco)  scenica dentro un teatro open-air. Quindi l’ho vissuta. 

Insomma, è andata così: Mac Cosmetics, make up ufficiale del festival lirico, un giorno mi ha chiesto se avrei voluto fare la comparsa nella Carmen, all’Arena di Verona.
I miei cricetini del cervello hanno allora cominciato a camminare, facendomi mettere in moto le rotelle, ed è andata più o meno cronologicamente così: bella l’Arena – ma io di lirica ne so quanto di politica e finanza, zero – eh però il palcoscenico – teatro mon amour – chissà come mi truccano –  ma perché no?
Fino alla decisione ultima del criceto capo, che è sempre quello che corre più veloce di tutti, che ha schiacciato il pedalino della rotella del , che è quello blu. Quello del no invece è rosso.

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Una volta ogni tanto mi capita che prima di andare a certi eventi o visitare certi luoghi mi informi, e non mi butti come sempre a kamikaze, alias a caso. Giorni prima di sabato “quella volta” è capitata, infatti mi sono informata sulla Carmen di Bizet, Franco Zeffirelli, sull’Arena, e insomma, su tutto l’informabile-immaginabile. Sapevo tutto sull’opera e annessi, cioè solo sull’opera, dato che ovviamente non lavorai affatto sulla mia preparazione psicologica ed emotiva quando mi avrebbero piazzato sul palco. No, perché io non mi preparo mai psicologicamente, né emotivamente a nulla, su quello vado e voglio andare davvero sempre #acaso.

Prima di seminare ovvietà che sicuramente andrò a seminare, voglio soffermarmi su quello che c’è dietro, il backstage. Nel backstage c’è tutto, come in quel giochino che si faceva da piccini: nomi propri, città, fiori, animali (avete capito quale giochino, o lo facevo solo io?). Ci sono centinaia di persone, tra tecnici, attori, e addetti all’ordine e alla sicurezza, fiori finti pronti da mettere su parrucche che sono tutte rigorosamente catalogate e riposte su teste di polistirolo, cavalli, strani marchingegni utili per la scena, luci, e pannelli giganti. È come se Verona avesse mangiato un’altra città, il backstage dell’Arena, dove trovi tutto quello che è necessario e non necessario per una sussistenza fuori dal comune. E rieccoci qua alla meta-città.

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Nel backstage Michele Magnani, Global Senior Artist M.A.C, assieme a Stefano Comelli, mi ha trasformato in… Moana, la panterona dell’Arena, dalle ciglia più lunghe del west.
A parte gli scherzi, come una vera e propria super-eroina, sono diventata un’altra persona, letteralmente, anzi, altre tre persone, da una rissosa sigaraia ad una felice sivigliana, anche grazie ai meravigliosi costumi di Anna Anni.

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Quello che è sicuro è che io truccata (con tanto di contouring violento) e con una parrucca con i capelli lunghi non sono io, non mi somiglio per niente, e non so nemmeno come ho fatto tutti gli anni scorsi ad avere i capelli lunghi, specie d’estate. Tuttavia devo confessare che è stato molto divertente ordinare una pizza al taglio ai quattro formaggi conciata da drag queen.

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Venendo invece alla mia comparsata, vi racconto invece come è andata: Stefano Trespidi, il responsabile della regia, e credo l’uomo più organizzato del mondo, beato lui, nel tardo pomeriggio di sabato, mi portò sul palco cominciando a dirmi una raffica di cose, azioni e nomi relative alla Carmen, come una sorta di macchina del casinò che spara soldi all’impazzata. Come a scuola, quando il prof spiegava cose turche e tu aspettavi solo il momento della traduzione in lingua moderna, ovvero dell’“arriverà il punto in cui capirò”, o nel lavoro, quando capita che un cliente ti passi un brief incomprensibile anche a lui stesso, feci finta di capire tutto, e anche alla perfezione.
“Tutto chiaro?”
Chiarissimo.
#credici

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In realtà le uniche cosa che capì fu che ad un certo punto dovevo saltare sulle spalle di qualcuno (e la cosa mi divertiva molto), e che tanto ci sarebbe stato qualcuno ad affiancarmi e a dirmi quello che dovevo e non dovevo fare, ma direttamente in scena, durante l’opera.
Apposto.
Per fare una cosa del genere avrei evidentemente dovuto crederci molto, moltissimo.
Ed è stato così che io e la me Moana siamo salite sul palco dell’Arena, con l’aiuto di alcune splendide comparse, che mi hanno coinvolta, guidata e diretta lì per lì.

Confesso che quando una di loro mi ha detto di saltare, arrabbiata, in braccio al tenore, ed io le ho risposto “ma lui lo sa che devo saltargli addosso?”, ho davvero pensato: “Lucia, per te la Carmen finisce qui”. All’inizio, dopo due secondi credo di para-pensiero (pensiero paranoico, non paranormale), ho preso la rincorsa e sono saltata in groppa del poverello non una, non due, ma ben tre volte.
Ci anticipo che ho ricevuto dei video della serata, se il fotografo (il bravissimo Fabio Boraso ha ripreso pure quella scena) vince un abbonamento alla stagione lirica dell’Arena, davvero.

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Durante tutti gli atti è stato divertente l’approccio delle altre comparse nei miei confronti:
“Sei nuova?”
“Quindi cosa devi fare?” (ah, non lo so)
“Picchiati con le altre sigaraie”
“Devi essere felice, e poi amoreggiare”

Ciascuna comparsa, il cui ruolo alla fine non è affatto secondario, poiché l’opera sarebbe come un quadro senza cornice, sa esattamente come, cosa e quando lo deve fare. Copiarli è stato come fare il gioco dello specchio, ovvero imitare le facce e le azioni di qualcuno che ti sta davanti, in maniera speculare.

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Insomma, dallo stato di confusione iniziale sono passata dopo i primi quindici minuti del primo atto, alla fase “ne voglio ancora”, fino alla strana sensazione di non volermene più andare da lì sopra, perché quel giochino dell’essere qualcuna diversa da te cominciava ad essere divertente, molto divertente.

Inutile dire quanto sia stata fortunata a poter vivere una macchina-da-guerra-a-scopi-pacifici dall’interno, un marchingegno in cui ti senti come in un videogioco, una quattroruote che deve schivare gli ostacoli per arrivare al traguardo, oppure Super Mario che deve evitare i funghetti, ma dove alla fine quei “nemici” sono persone organizzatissime che sanno perfettamente quello che devono fare e dove devono andare per fare tornare, ad un certo punto, tutto, esattamente come deve essere sul palco.
Io davvero non lo so. Non lo so come si gestiscono centinaia di comparse, decine di animali, tot numero di ballerini, cantanti, truccatori e vestiariste, non lo so davvero come si possa tenere in piedi una cosa così grande, ma qualsiasi sia il modo è ammirevole e impressionante.

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È ovvio che la mia esperienza è stata magnifica, la rifarei domani, anche se visti gli accidenti (“buoni”) degli amici che mi sono arrivati, non credo possa succedere di nuovo. (Insomma, solo per le gufate ricevute).
La rifarei anche solo per stare dietro, e vivere quell’ansia gentile, quella bontà che mi sembra così insolita, quello spirito di pronto soccorso, di piacere di stare insieme che solo su un palco c’è.
Lo rifarei per vedere altre comparse e chiedere loro, come ho fatto con certe, da quanto tempo lo fanno, e di cosa si occupano nell’”altra vita”.
Lo rifarei per vedere come brillano loro gli occhi in scena, come ciascuno sia innamorato della minima azione che imbastisce, come si esalti ad essere “altro da sé”.
E poi mi chiedo perché ho smesso di fare teatro, e mi rispondo subito che con il mio lavoro è impossibile essere costante in qualcosa, e mi piglia quella nostalgia tipica di Lucia Del Pasqua, che all’inizio ti cruccia, per poi trasformarsi in meraviglioso ricordo da custodire gelosamente in uno dei cassetti cosparsi di miele del cuoricino.

Grazie Mac Cosmetics, grazie Arena.
Due consigli spassionati: andate all’Arena, e anche a farvi truccare da Mac Cosmetics (ha appena aperto un negozio a Milano in via Dante che non vi dico).

Ph. Fabio Boraso

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