Nostranamente hollywoodiana

Non c’è nulla da fare: qualsiasi cosa, e dico qualsiasi, a caso, di Roma, mi fa scattare la molla del buonumore. Sarà quell’area da paesone rissoso e in festa, saranno le cose vecchie e quelle palesemente démodé, sarà che al mattino assume la sfumatura di luce più vibrante che possa esistere, sarà che è piena di insegne, sarà il suo essere anarchica, cosa apprezzata perché probabilmente folkloristica da chi sta qui quei giorni che stanno su un palmo di una mano. Sarà perché ti dice sempre qualcosa e non sta mai zitta, che è piena di donne complessate e zeppe di plastica (le studio sempre volentieri), che fanno finta di essere in armonia con il mondo, magari postando loro foto nelle più semplici posizioni yoga. Che ne so, ma è tanto “surfista maledetto che guai a toccare i suoi ritmi eh”.

Io ogni volta che metto piede a Roma mi sento subito soffocare, basta l’asfalto della stazione per farmi sentire in un frullatore impazzito, io che cerco di schivare i semini di fragola che si sparano a vicenda da una parete all’altra, mentre la banana mi butta addosso palate di polpa melmosa che dicono faccia bene a non ricordo cosa. Accade così dentro un frullatore, no?
Poi però mi bastano una cinquantina di passi, non meno, per uscirne fuori. Io con le fragole perfettamente spappolate e le banane della stessa consistenza delle sabbie mobili più allettanti. E affermare che Roma è fottutamente bella dannata, di quel bello che t’ispira a fare tutto: camminare, mangiare, dire, baciare, scrivere, lettera e testamento. Oh quanto scriverei se stessi a Roma, potrei perfino cominciare il mio secondo libro (chi mi adotta per un po’? Siamo in due, io e Lina, ovviamente).
Scriverei più che di Roma della gente di Roma, che è un po’ come quella di Milano, ma meno pettinata anche se più rifatta, più esteticamente artificiale, più nostalgica, più nostranamente hollywoodiana, perché tutta Roma è un cinema, non solo il cinema. Più genuina, nel senso che è così com’è, prendere o lasciare, uno show senza sosta, fuori e dentro casa, un teatro, dentro e fuori casa, inconsapevole e affascinante.
Io da Roma manderei un sacco di cartoline, con l’inchiostro sbaffato, perché passerei sopra la mia calligrafia con il pugno chiuso troppo presto, senza lasciare tempo all’inchiostro poco simpatico di asciugarsi. Mi conosco, ho sempre fatto così, i quaderni d’italiano erano una continua sbaffatura con toppe di cancellina.

Roma me la voglio immaginare con quelle anziane signore addobbate di braccialetti giganti e dotate di svariate parrucche, tutte in fila, in camera da letto, che escono al mattino dopo una ristrutturazione di ore, perché “nella vita non si sa mai”, perché qualcuno potrà sempre dire “guarda quanto è bella e curata quella signora”, perché farsi notare è una caratteristica sanguigna della Capitale.
Io Roma me la voglio immaginare per come realmente è anche nell’altra sua parte, ovvero nel luogo comune dell’essere burina, ruvida, trucida, di quel cattivo gusto che diventa perfino interessante.
Ci prova Roma ad essere inguardabile, ma anche se ha un meno davanti, ottiene sempre dei risultati positivi.
Anche io mi sono sentita positiva quella sera lì: ero nella capitale per una cena di gala organizzata da Vanity Fair, invitata da Zalando, e avevo addosso una vestaglia comprata al mercato e pagata 5 euro. Sarà stata Roma, ma io, nonostante il non-vestito per la super cena, mi sentivo una dea (una dea con una veste che se ci fosse stato un’incendio, la prima a prendere fuoco sarebbe stata lei).

Grazie a Laura Comolli per gli scatti

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