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Buon San Valentino, Donna-Ragno di tendaggi colora...

Buon San Valentino, Donna-Ragno di tendaggi colorati

Mi hanno chiesto di raccontare la storia d’amore tra me e Lina, e la verità è che è più facile a dirsi che a farsi. Mi spiego meglio: sarebbe sufficiente affermare: “basterebbe avere un gatto per capire”, ma poi discriminerei chi non ce l’ha.

Inizio dunque dicendo che un micio ti cambia la vita. In meglio ovviamente. Ho aspettato non so quanti anni per prenderne uno, perché mi dicevo che sarebbe stato un impegno troppo grande. E in effetti lo è, ma chi l’ha detto che avere un impegno sia sbagliato?

La mia Lina l’ho presa al gattile, e non si chiamava Lina, ma Frida. Era il gatto più piccino di tutti quelli che c’erano nella sua gabbia, e non per età, ma per stazza proprio. Era (ed è) una specie di gatto nanerottolo dalle orecchie lunghe e gli occhi giganti, ed era anche il più scatenato. Nella prima foto che le feci era davvero tutta orecchi, un alieno in miniatura che faceva capolino dalla porta del bagno.
La chiamai Lina perché era un nome da vecchietta, ma decisi di lasciarle comunque il suo “secondo nome”, Frida, perché in quel periodo ero in loop a fare l’imitazione di Frida Giannini.

La prima notte andai in completo sbattimento perché non la trovavo, chiamai pure mia mamma per dirle che il gatto era scappato. Di notte, da un appartamento chiuso a chiave con porta blindata. Come no. E poi era appollaiata sotto il divano, muta come un pesce. Tipico, ma io che ne sapevo.
Da lì ha cominciato a fracassarmi tutti i divani, i mobili, a farmi cadere tutto ciò che secondo lei è in bilico, a fare l’Uomo Ragno sulle tende. Ma le ho sempre perdonato tutto.
A miagolare e correre alla parola “pappa”, e ad esaltarsi alla parola “topino”.
A stare sulle mie spalle o tra il Mac e il mouse (la chiamo infatti nella “posizione Mickey Mouse”) quando lavoro, a dormire accanto a me, a venire con me nei miei viaggi, è stata pure sul “treno del Pitti”, e ad arrabbiarsi quando non la porto. Penso di avere l’unico gatto al mondo che odi stare solo, evidentemente è un gatto da contatto.
A mancarmi quando non ci sono, a chiedere ai miei per prima cosa, quando è giù ad Arezzo, “e Lina?”.

Il fatto è che amare ed essere amate è bellissimo, da umani, ma anche da animali, che di fedeltà loro ne sanno a palate, che di coccole ti riempiono, che quando ti camminano sopra non ti fanno male, il cui odore del manto peloso ti pare afrodisiaco, che ti fanno uscire quella voce da rincoglionita, o ridere solo perché ad un certo punto, a caso, dal silenzio più totale, dicono “miao”, che riempiresti di baci quando ti si piazzano sopra il computer perché è la tua attenzione quella che vogliono, che morderesti come una tavoletta di cioccolato fondente quanto issano in alto la coda come una bandiera dell’Italia ai mondiali quando fai loro i grattini sulla schiena, che annuseresti come una tossicodipendente quando ti si avvicinano, per poi sbatterti il loro musino sulla spalla e sbatacchiarti la coda sulla faccia, che stritoleresti di coccole quando si piazzano lì davanti a te a fissarti, per poi addormentarsi in piedi, che guardi con quella dolcezza infinita quando ti aspettano come nani da giardino fuori dalla doccia, che ti fanno saltare d’amore e di gioia quando sono lì che t’aspettano dietro la porta quando rincasi, che ti rendono una donna fiera quando al pronunciare del loro nome ti rispondono con un “miao”, di cui invidi l’eleganza quando si mettono a zampine perfettamente giunte, e la codina o intorno o sotto, dolcemente auto-calpestata.

Mia cara Lina, questo San Valentino l’ho dedicato a te, che ti scaldi oziando tra la mia spalla e il termosifone, che sei al settimo cielo quando me ne sto giornate intere chiusa in casa a lavorare, e che mi fai schiantare dal ridere perché sei ridicola, come la padrona, del resto.
Benedetto il giorno che t’ho presa.

In collaborazione con Purina per Gourmet

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