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MFW: un non action game da bolla al naso

MFW: un non action game da bolla al naso

È davvero tutto molto buffo. Una commedia che nonostante vada avanti da anni, rimane come il pangrattato su una teglia lasciata lì sul lavandino per giorni.

“E rieccola qui la cinica, stronza, acida che tanto zitta non ci sta, giusto? Eccola nuovamente che spara mitragliate contro Miss Fashion e di cognome Week, e che dice sempre le stesse cose. Ma perché ci sta dentro allora, a questo sistema intendo, se deve criticare tutto e tutti? O il suo problema è che non scopa abbastanza?”

Il mio problema è che non mi piacciono le involuzioni, e nemmeno gli elettrocardiogrammi piatti. Non ce la faccio proprio. Non è manco un gioco d’azzardo, ma un non action game noioserrimo, da bolla al naso proprio: ci sono le fashion blogger che si apparecchiano a festa, a prescindere da qualsiasi condizione climatica, ideale per pinguini o perfetta per granchi, che usurano l’hashtag #mfw, si armano di borsetta senza manici, iPhone 6, altro che Canon, e si piantano fuori dalle location delle sfilate da autentiche wannabe faighe, in attesa di uno scatto streetstyle. Figurati se vanno al White, lì chi c’è che le fotografa con i pantaloni ampi alla caviglia e il cappottone oversize total white per poi metterle, che ne so, su Vogue.com? E poi si ritrovano tutte per dire quanto sono stanche, per aver sostato tutto il giorno per strada al freddo, evidentemente. Non ce la faccio più a sopportare questo in parte vero stereotipo della fashion blogger.
Ci sono poi i fotografi di streetstyle, li conosco quasi tutti, che fotografano in base alla fan base Instagram: più hai fan, più scatti ti becchi, se sei semplicemente figa, t’attacchi al tram, se sei “semplicemente” brava idem, se sei una coppia, lui-lei che girano per mano, hai vinto. Ci sono le PR che in questa precisa occasione, la Fashion Week, si sentono che “I’ve got the power” perché possono rispondere alla mail di richiesta accredito delle blogger che la location è troppo piccola, e allora le blogger vanno fuori dalle sfilate per un’oretta senza entrare, che tanto la sfilata né la guardano, né la fotografo, o tanto meno ne scrivono. Ci sono infine i giornalisti che si dividono tra i rassegnati e i marchettari senza pudore, secondo i quali ogni sfilata è top, stratop, amazing. Ogni sfilata “famosa”, perché quelle dell’ultimo giorno non se le caga nessuno, purtroppo.
Ho perfino letto che Prada era top. Prada in generale è top, ma stavolta ha messo in passerella delle debosciate che paiono homeless manco lusso anni Novanta, donne che si mettono addosso la prima cosa che trovano nell’armadio loro, di nonna, marito e figlio insieme.

In Italia non puoi parlare, o meglio, puoi parlare solo bene, sennò ti tagliano fuori. In Italia devi solo farti vedere, andare al party giusto, riuscire ad avere i vestiti da Valentino e Moschino, fartici una foto con menzione e basta.
In Italia c’è la filosofia dello sbattersi meno e apparire più. Ho visto gente che s’è rifiutata di farsi una foto con me (che non avrei mai voluto pubblicare, tra l’altro) perché con meno di 10K su Instagram. Poi ci ritroviamo tutti a chiederci: “Ma che fa quello nella vita?” Appunto.

E allora perché ci resto? Perché c’è gente come Stella Jean che fa moda vera, abiti che fanno sognare, e imbastisce uno show con tanto di coro gospel a intonare Gangsta Paradise, e grazie a tutto ciò insieme vivi un’esperienza, espressione che va tanto di moda, ma adesso è davvero il momento di seguirla questa moda. Ci sto perché questa è la moda, è un contenitore fatto di bellezza, passione, tecnica e intrattenimento (ve ne parlerò più avanti).
Ci sto perché ieri al White mi hanno fermato tre persone, e tutte e tre mi hanno detto che sì, devo continuare così, a combattere, in un certo senso, a scrivere, ad incazzarmi, ad essere magari tagliata fuori, ma anche a fottermene. Manco poi si parlasse di questioni vitali. Ma è pur sempre il mio mondo, e per me è dunque importante.

È buffo, sempre più buffo: quest’anno la moda me la sono guardata soprattutto da fuori, ho fatto sì qualche sfilata, sono andata al White, e ad una manciata di presentazioni, ma da spettatrice che mangia pop-corn andati a male continuo a vedere un meccanismo che va avanti per inerzia. Aspetto con ansia il ready-to-buy, ovvero il “compra subito dopo la sfilata”, aspetto con ansia la riduzione a due sfilate per brand, non a quattro, uomo e donna insieme, aspetto una maggiore selezione. E mi aspetto competenza, ovvero di entrare ad una sfilata a cui vengo invitata.
Si è detto che una grande “colpa” dell’involuzione del sistema moda sia dei social network, addirittura Massimo Giorgetti, mente di MSGM, ha vietato l’uso dei social network durante la sua sfilata (lui che ha dato le sue felpe con la scritta a cani e porci), come se le review istantanee dei siti fosse un’altra cosa. Cose senza senso.
Nel frattempo io aspetto, spero, e dico quasi sempre le stesse cose.
Fatemi mangiare una barretta di cioccolata, potrebbe essere la cosa “più svoltante” di questa noiosa settimana quasi conclusa.

Cappotto: Constance C
Scarpe: Nike/Footlocker
Felpa: Champion
Cuffie: Skullcandy

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