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Il petto ballerino e lo sciancato

Il petto ballerino e lo sciancato

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Come accade in tutte le buone case, ogni tanto si cerca di mettere ordine alle proprie cose, in particolare a quelle dello studio, che è diventato per me un icona del mio presente e del passato prossimo.
Cercavo fra le mie carte alcuni attestati di partecipazione alla formazione scientifica per inquadrarli, dato che ancora le pareti presentano dei vuoti. Cercando di mettere in ordine, i miei occhi si sono soffermati su una voluminosa cartella, sul cui frontespizio a caratteri cubitali c’era scritto: “Parma”.
Leggendo la scritta, mi ha ricordato non solo i tre giorni di studio presso la Facoltà di Veterinaria, ma anche i miei giorni passati in collegio. E sì, dato che ero un po’ un “discoletto”,  al penultimo anno del Classico mio padre decise di mandarmi lì a proseguire gli studi fino alla Maturità (che fu davvero sudata).

Era buon collegio, da tutti i punti di vista: professori preparati e motivati, vicedirettori ed istitutori molto umani e culturalmente idonei al loro incarico. Tanto è vero che spesso, per chi voleva, ci mandavano come rappresentanza del “ Maria Luigia” al Teatro Regio, con rispettiva divisa e con il famoso “cappottino”(Lucia ne sa qualcosa). Una sera d’inverno accompagnata pure da “sorella nebbia”  rischiai di essere pure cacciato da quel teatro, in quanto il virus di un ridere sommesso mi colpì inesorabile, infettando anche i miei colleghi vicini. Ma cos’era questo virus? Il vedere l’abbondante petto di una soprano che “ballava” ad ogni emissione di acuti. Si era costretti a tenere in bocca il fazzoletto di ordinanza ben stretto tra i denti, per non essere sentiti, e non infettare i vicini. Mi ricordo che il Conte Bianchi di Lavagna, mio compagno di classe, dovette uscire costretto da impellente bisogno di fare avete capito cosa. L’istitutore accompagnatore, un Honduregno studente Medicina Veterinaria all’Università cittadina, non denunciò l’accaduto ai superiori, ma fece a me a al mio compagno di camera una “folata” mista di italiano e castigliano. Da allora diventammo i suoi amici e fu proprio lui, parlando sempre delle vacche honduregne, che mi fece balenare l’idea di diventare veterinario. Si era così affezionato a me che nei momenti dell’aria, nella “fossa”, il nostro campo sportivo, ben attrezzato, parlava con noi e approfondiva argomenti di storia e delle Honduras.

Sfogliando ulteriormente la cartella, mi capitarono fra le mani delle foto, in particolare due che erano state fatte durante lo spettacolo teatrale che noi dell’ultimo anno di Liceo tenemmo nel periodo del Carnevale. Era una tradizione del “Maria Luigia” allestire uno spettacolo molto particolare: eravamo liberi di fare satira nei confronti dei professori, vicerettori, il rettore però era immune, e di qualche politico ed attore dell’epoca. Lavorammo come bestie per approntare lo spettacolo, provando e riprovando nei ritagli di tempo, rubati allo svago ed anche allo studio. Lo spettacolo si aprì con una scena che fece scoppiare dal ridere la platea e le loggette, colme di giovani e no, con la presenza nel loggione reale, del rettore e del prefetto.
L’occhio di bue illuminò uno “sciancato” vestito con un grembiule nero: indovinate chi era: il sottoscritto, che ebbe applausi a non finire, perché camminando da vero sciancato si avvicinò ad un lastrone di ghiaccio, urlando: “Il ghiaccio è spezzato, viva la ribalta!”.
All’inizio del secondo atto entrai in scena, facendo il burattino, come lo faceva Totò nei suoi spettacoli. Ero proprio una macchietta! Ma il vero divertimento fu la scena dell’aula, dove miei compagni facevano la caricatura dei professori delle varie materie, in particolare di quella di Storia dell’Arte, mettendo in risalto le loro manie, i loro difetti e virtù: risate a non finire.
Tutt’ad un tratto si spensero le luci e l’occhio di bue si accese illuminando un personaggio: era un politico molto noto, allora, piccolo di statura, con baffetti e “cavolella” e per giunta toscano, che si mise accanto ad una lavagna aspettando le domande dei “professori”. Ma chi sarà stato a fare quella parte? Il povero Del Pasqua, l’aretino, che per fare quella scena dovette sopportare le mani del truccatore, imprestato dal Regio per ore ed ore.
Si ebbero una marea di applausi. Ancora truccato, mi venne a trovare il Dr Petrillo, primo vice rettore, che congratulandosi con tutti gli attori, e guardandomi di sbieco, come era sua consuetudine, mi invitò a seguirlo. Pensai: “Vai, ci siamo, il rettore mi farà qualche romanzina”, ma sorpresa delle sorprese, al suo posto c’era il prefetto. Le ginocchia mi facevano “cic ciac”, ma lui , schietto napoletano, mi salutò dicendo: “Ah, ah, ah e bravo il nostro Amintore!”

Il Dottor Del Pasqua

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