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Sogno la Dello Russo tra un cartello del Micam e u...

Sogno la Dello Russo tra un cartello del Micam e uno del Padiglione 4

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Questo era uno di quei giorni in cui scelsi che era meglio andare a bere un per-niente-di-moda Chinotto al Frida con un’amica a cui raccontare le mie disavventure, che avviarmi a sgambettare per le vie-troppo-di-moda di Milano.
Il fatto è molto semplice: nessuno mi obbliga ad andare in giro per sfilate, non dipendo da alcun giornale.
Milan Fashion Week, pure il nome m’ha stuccata peggio che una mazzata di torrone a Natale. E i motivi sono due:
1) C’è Internet a sbattimento più che zero.
2) Più vado avanti, scrivo libri (ok, per ora uno), collaboro con brand, il mio blog cresce (sorry, è la realtà), “faccio cose”, meno inviti ricevo, e anche quando li ricevo, se vengo invitata, spesso devo stare in piedi esattamente in culo ai lupi. Ed io, perdonate la mia snobberia, adesso una sfilata la voglio vedere senza dovere fare tremila capriole per riuscire a scorgere mezza testa di una modella rattristita dallo stilista X, Y o Zeta, e/o senza dover poggiare la Canon sulla spalla di uno a caso davanti a me che se per accidente si sposta, mi ammazza la macchina (e anche me). Sennò me ne sto a casa col gatto in spalla a vedere insieme a lui cosa fanno Gucci e Prada dallo schermo del computer. E anche sì, a dire: “ma davvero in seconda fila c’è quella sfigata o quello sfigato che nella vita fanno solo le comparse?”. Non è invidia, è insofferenza da non meritocrazia.
Sono stanca di fare sempre gli stessi discorsi, davvero. Sono stanca di dover sempre lamentarmi delle stesse cose. Eppure mi lamento ancora. Mi lamento del fatto che sei al centro dell’attenzione e la benvenuta solo se fai marchette palesi e dici “thank you Pinco e love you Pallo“, se ti vanti in cinese dei mille projects o collaborations con i marchi più prestigiosi del globo, se vai a cena con la tua babe che ha sì tredici milioni di followers ma che in realtà tu manco conosci. Mi lamento del fatto che chi non fa tutto questo (ma altro, con discrezione) non esiste.
Eppure le marchette le faccio anche io, ve lo assicuro, solo che le faccio troppo bene evidentemente.

Il fatto è che quando mi dicono “come mai non ti ho visto alle sfilate?”, mi viene l’orticaria.
Non mi hai visto per due motivi, gli stessi che ripeto da centodue anni, questo è centotreesimo: il primo è che se devo andare a vedere una sfilata, vado a vedere la sfilata, non faccio vedere me stessa fuori e insistentemente da vera loser, il secondo è che evidentemente non c’ero. Non è difficile.
Sono stanca di come giri tutto solo e sempre intorno all’immagine.
“Ma la moda è immagine”, mi direte voi. Certo, dico io, ma cristo santissimo, è anche contenuto. E con “contenuto” non intendo questo: “femminile, audace e sicura di sè, la donna di Armani della prossima primavera estate non se le manda certo a dire”. Intendo quella diamine di critica che si fa senza manco guardare quel comunicato stampa che scaldi sotto al culo fino a quando a fine sfilata ripieghi in due e lo infili nella mini borsetta porta sigarette e iPhone 6.
Ecco due esempi di contenuto, giornalismo, critica, i primi che mi vengono in mente, a prescindere che sia d’accordo o meno con i contenuti: Andrea Batilla, Pizza Magazine e Vanessa Friedman, New York Times.

“Allora perché vai alle sfilate vestita a modino?”, altra domanda lecita.
Per abitudine, cultura, e anche egocentrismo ovviamente.
Vestirsi  carine per le sfilate è un rito, un po’ come succedeva la domenica per andare in chiesa quando si doveva andare tutti agghindati di tutto punto (proprio di fronte a Colui il quale si dovrebbe andare vestiti non come pezzenti ma quasi, ma in fondo anche la domenica alla Messa era un po’ uno streetstyle): calze bianche “perlate”, ballerine nere e gonna con le gale, per me era il massimo.
Alla fine tutte noi vogliamo essere immortalate, tutte noi speriamo di vederci il giorno dopo da qualche parte per poi condividere il nostro look lanciando cuoricini al fotografo mai visto e incontrato ma pretendendo sia il nostro migliore amico: “thank you my XYZ”.
Ma il dover fermare il traffico per le stesse dieci galline e tre galli, il dover fotografare sempre le stesse dieci galline e tre galli che o non parleranno mai della sfilata o che copieranno il comunicato pari pari è ridicolo. Non posso fare finta di niente. Ma giuro ci provo ogni volta.
“Tutti a Rho”, lo dico da anni. Sai che streetstyle tra un padiglione e l’altro, scenario industriale tra scale mobili e cartelli dell’ultima fiera andata o di quella che verrà. La Dello Russo (che ultimamente sto amando) con dietro il maxi cartellone del Micam e davanti la scritta “Padiglione 3” me la sogno la notte.
Sai che traffico? Zero. C’è la metro. E se c’è un’ambulanza con qualcuno che sta morendo dentro non si rischia davvero di fare morire un povero cristo che ha deciso sfortunatamente di sentirsi male quando c’è la Fashion Week (come davvero è successo) per due cretine/i che fanno avanti e ndrè in mezzo alla via.
Possiamo parlare pure con il responsabile della Fiera affinché crei dei binari del tram finti, dei baracchini di fiori altrettanti finti, insomma scenografie perfette per foto al bacio. Se è necessario lo faccio io.

La verità è che sogno un ridimensionamento della moda, sogno un equilibrio (a questo punto mi sa tanto utopico) tra immagine e contenuti, tra influencers, che ci devono essere perché certamente influenzano con i loro look, i loro pranzi fotografati dall’alto con Grazia, Graziella e Grazie al Cazzo, e varie mani che s’intrecciano a prendere pane e a sorreggere piatti decorati (e non sono ironica), e coloro che scrivono, che danno opinioni su ciò che vedono, e che se condividono su Instagram qualcosa non scrivano solo “finale at…” ma magari due o tre righe in più sulla sfilata in questione.
Sogno meno “vippame” e più modestia, più ironia, più concretezza, meno fuffa.
Anche perché è triste, davvero triste, finire su tutti i siti di streetstyle, per esempio, ma alla fine senza che nessuno sappia chi sei o cosa fai, se non “la donna o l’uomo del fuori-sfilate”.
Forse il mio è un ragionamento anacronistico, ma questo è.
Tuttavia ritengo che le sfilate, nonostante siano un grandissimo dispendio di denaro, siano ancora utili. Servono a livello d’immagine. Servono per l’ego degli stilisti, per l’ego di chi è invitato, per un prestigio agli occhi delle persone comuni che non lavorano nella moda ma la amano, per far sognare. Perché la moda è sogno, la passerella lo è, le modelle, i backstage e tutto quello che c’è intorno ad una sfilata.
Le sfilate servono ancora a questo.
Sapete cosa servirebbe anche? (Sempre a Rho, s’intende) Un po’ come avviene a Misano per il Moto Gp: un maxi schermo e un centinaio di tavolini, quattro postazioni caffè e due alcoliche, e tutti i giornalisti, influencer e fuffaroli vari non invitati a vedere personalmente la sfilata, lì con il loro iPad o pc a commentare in diretta le sfilate, a discuterne insieme mangiando cupcakes colorati o pane, uovo e avocado accompagnati da centrifugati a base di zenzero. Anche le mangiapanini sarebbero contente.

Sogno inoltre che anche i giornalisti diventino anche un po’ influencer, si digitalizzino, si attrezzino, sogno prese di corrente in ogni dove, sogno il rispetto delle stagioni, sogno il rispetto, sogno Rho. E datemi Rho, diamine!
Ho anche i messaggi che mi vengono dalla targa del pulmino (Ro)… oppure mi vuole dire “pigliami e scappa, c’entra giusto una tavola da surf dentro”.

Salopette: Levi’s
Giacca: vintage
Occhiali: Silhouette

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  1. serena autorino

    5 ottobre

    Tu sei troppo per questo ambiente.
    O ce ne sono troppe poche come te.
    Per sempre tua ♡

  2. tuttanera

    21 ottobre

    oh come vorrei essere bionda!! stai benissimo con questi colori, proprio da copertina! mi piace molto il colore del cappotto ma dimmi se ho capelli neri neri mi starebbe di più questo verde bottiglia o rosa lampone come qui http://stileo.it/donna/abbigliamento-donna/giacche-e-cappotti-donna/cappotti-donna/asos-cappotto-cocoon-rosa_2173871 ?? se non mi sta niente faccio la tinta! ;p

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