Riminella In-Corona-ta

corona_metal_tattooTornare a Rimini è stato un po’ come rivedere un amico di vecchia data, uno di quelli che prima o poi ti saresti immaginato di rivedere, e che quando ce l’hai davanti non puoi altro che raccontartici belle storie passate, quasi leggende, aneddoti.
Amarcord insomma: “Ti ricordi della gelateria Il Nuovo Fiore? Con quell’insegna fatta di ‘pallini’ in rilievo che parevano pezzi della tombola della nonna? Mi ci veniva voglia di metterci sopra i fagioli per segnare una cinquina; e l’odore di frittura di pesce a qualsiasi ora del giorno e della notte, misto a quello della plastica di secchielli e ciabatte di gomma e della pelle, vera o finta che sia, di borse e scarpe, e le magliette da personalizzare con il proprio nome…”.

È incredibile, a Rimini non è cambiato proprio nulla, da venticinque anni a questa parte, eccetto alcune scritte in russo che balzano fuori qua e là come pop-up pubblicitari, e trovo tutto ciò meraviglioso.
Il caso ha voluto, forse perché proprio nel caso ho talmente tanta fede che ha voluto farmi un regalo, ovvero che fossi all’Hotel Perù, l’albergo dove ero solita andare da bambina. Ed incredibilmente anche lì era tutto uguale: la cordialità, le porte damascate, le poche prese della corrente, la doccia a ridosso del cesso, l’odore di cibo. Mancava solo Alessandro, l’animatore biondo e abbronzatissimo con il segno perenne degli occhiali, che adesso avrà più o meno cinquant’anni.
Anche la passeggiata dal Nuovo Fiore al Grand Hotel è la stessa: le Sale Giochi hanno resistito ai negozi di sigarette elettroniche o di qualche banca o compagnia telefonica, gli aggeggi con l’acqua dentro e le luci colorate sono sempre lì, esposti e pronti ad essere agguantati da qualche bimbo abbindolato da semplicissimi e spettacolarmente arretratissimi meccanismi di funzionamento, le sedie da mare con scritto sopra il proprio nome e cognome, i mini market, i ragazzi che ti vogliono far andare per forza a ballare da qualche parte.

Ed io un po’ Rimini me la immagino a nostalgici stereotipi: la piadina, me la davano ogni tanto per cena anche all’Hotel Leopardi, con il prosciutto e servita in improbabili modi su piatti di pseudo porcellana, la bicicletta, un uomo con la pancia che gioca a bocce, una signora di settant’anni con un seno gigante e il copricostume che cade giù come un tetto, con le dita tutte in avanti che arrivano prima delle ciabatte di gomma con lo strappo, il bombolone alla crema delle 16, gli alberghi “pre-moderni”, i castelli di sabbia, gli asciugamani brandizzati degli hotel, i sorrisi.

Sono piombata nei miei luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza grazie a Corona (la birra, non Fabrizio), che sabato scorso ha organizzato il Corona SunSets Music Festival, un evento itinerante che tocca più di venti Paesi distribuiti su quattro continenti, che partono dalla Playa Del Carmen in Messico, paese d’origine di Corona Extra, e arrivano fino alle coste dell’Australia.
All’appello romagnolo c’erano dj come Steve Angello, Robin Shulz, Pillow talk, Tiger&Woods, Claptone e Pional e tale chef Andre Amaro che abbiamo tutti apprezzato più che per la bontà dei piatti (ciotole di spaghetti scotti tagliati con quintali di vongole, formaggio e limone, accompagnati da fragole e asparagi), per il suo show (pareva facesse a botte con le cozze e l’amore con le salsicce).
Insomma, un evento davvero molto cool (non voglio pensare come abbiano fatto ad allestire tutto), in spiaggia, con sole, birra e musica, una sorta di Coachella italiano, infatti il Festival è stato da me rinominato “Riminella”.
Siamo stati lì dalle 16 alle 24, abbiamo fatto apertura e chiusura, con un intermezzo “marittimo”, ovvero tuffo in mare, il solito mare caldo, non pulitissimo e caratterizzato dalla bassa marea, ma a me piace così.

Anche il ritorno in albergo dal Festival è stato un Amarcord: vestiti tutti ancora da spiaggia, con lo zainetto, passeggiando lenti e stanchi morti per le vie per niente svuotate, sniffando qua e là zaffate di crepes alla Nutella, poi doccia e Morfeo che arriva all’improvviso e ti tira una legnata in testa facendoti fa cadere tra le sue braccia in pochi minuti.

Un grazie a Corona che mi ha fatto rivivere una città a cui sono legata e l’atmosfera d’un Festival internazionale, che ripropongo a voi con un mini video che ho fatto.

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Ph. by Giulio Tolligiulio_tolli_ph_corona

Ph. by Giulio Tolli giulio_tolli_ph4

Ph. by Giulio Tolli

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