Amarcord è l’Italia (o era)

amarcordSe mi piace tantissimo una cosa piango, se la trovo tenera, romantica e nostalgica idem, se vedo ingiustizie per strada o nel mondo piango lo stesso. Praticamente piango sempre.
Ogni volta che rivedo Amarcord, uno dei miei film preferiti in assoluto piango. Lo faccio sostanzialmente per tre motivi: primo perché quello stile, quelle donne così “piene”, così donne, così eleganti, quelle insegne di bar o di cinema, quella goliardia, quello stile di vita così diverso, e quella poca attenzione (spiegherò più tardi in che senso) rappresentano meravigliosi elementi che non ci sono più, ed io ho una forte componente nostalgica in me, secondo perché questo film è una meravigliosa interpretazione teatrale resa cinematografica, ed io amo il teatro, un onirico ibrido riuscito benissimo con tutti i personaggi del caso, dal pazzo al narratore fino alla bella di paese e alla puttana, e terzo perché è un capolavoro e basta, non si discute.
Amarcord è l’Italia, quella vera che ha vissuto il Fellini da piccolo a Rimini, che poi però grazie ad un obbiettivo diventa l’Italia di tutti. Incredibile eh? In due ore lo scrigno privato si apre e diventa, grazie a dio, patrimonio pubblico, da tutelare come bene dell’UNESCO.
È la famiglia patriarcale degli anni Trenta, dove si litiga sempre e le punizioni sono a suon di cinghia, è il fascismo e l’antifascismo, è il reale gentilmente insidiato dall’irreale, dal sogno, dal desiderio, dall’immaginazione.
L’immaginazione è meravigliosamente figurata, quindi Bruno Zanin, nel film Titta, che vuole fare il pilota delle Mille Miglia con a fianco il suo sogno adolescenziale nel cassetto, la bella eppur sola Gradisca (geniale soprannome dovuto all’esserci concessa ad un principe), Magali Noel, appare davvero, ad un certo punto, vestito da pilota con a fianco Gradisca, così come appare davvero il compagno di scuola grasso innamorato della bella ragazzina della classe che non lo considera, e lui diventa protagonista della sua stessa immaginazione, pilota di successo, ma con il dito medio alzato di fronte a lei. Scene da Gondry, ma sono di Fellini.
E dato che ci sono, m’aggrappo alle Mille Miglia per spiegare uno dei motivi sopra citati per cui mi piace questo film, ovvero la poca attenzione: durante la corsa delle macchine non ci sono transenne, o sbarre, chiunque è libero di muoversi come più gli pare (e quindi anche di morire se capita in mezzo alla strada), oppure all’inizio, quando si brucia il fantoccio in piazza e c’è il matto addetto a portare sopra la montagna di legno il fantoccio, al matto viene tolta la scala per scendere e mettersi in salvo, ma nessuno pare preoccuparsene. Ecco questa poca attenzione, questi atti di goliardia ma fatti in buona fede, senza fini mortali, sono il riflesso di una necessità estrema di libertà, di voglia di correre rischi in maniera consapevole, che non posso non amare e che mi manca.

Che dire della scelta dei personaggi, che manco a cercarli facendo il giro del mondo trenta volte sarebbe riuscita così bene: dalla tabaccaia tettona, invadente con il suo davanzale, al musicista cieco, fino al papà di Miranda, la madre di Titta, un ometto anziano dalla testa e dagli atteggiamenti adolescenziali (vedi la scena dei peti fatti dopo aver contato fino al 3). Per non parlare degli insegnanti di scuola e del prete di paese, caricature perfette di loro stessi, dei personaggi di cultura che insegnano a ragazzi chiamiamoli “difficili”.
È spettacolare come questi personaggi si trovino in situazioni di tenerezza, di dramma, di familiarità in così poco tempo: tutti insieme lasciano il cinema per andare a vedere la neve, l’ho trovata una scena tenerissima, la neve come atto purificatorio quasi mandata dal cielo, un miracolo, tutti insieme piangono i funerali di Miranda, tutti insieme gioiscono per le agognate nozze della bella di paese, tutti insieme vivono la dittatura.
È questa coralità fatta di personalità diverse che attrae.
Questi tempi fatti di genuinità seppur con quel velo di decadenza che attraggono.
Questa musica sempre malinconica, che a volte riesce anche ad essere felice se contestualizzata, del grande Nino Rota che attrae.
La costante ricerca della non risoluzione pur essendoci una voglia risolutrice nell’anima di Fellini attrae.
La verità è che Amarcord è un film così bello che non ci si crede. A partire dal titolo e dai caratteri del titolo della locandina.
Me lo riguarderei altre cento volte.

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  1. Antela

    28 aprile

    nice post!
    kiss!
    http://blamod.wordpress.com

  2. Chiara

    29 aprile

    Lucia, riesci a scrivere anche di Cinema. Il tuo stile moderno, elegante, ironico, mai banale. E’ sempre godibile leggerti. Grazie
    chiaràntola

    • Lucia

      29 aprile

      grazie di cuore Chiara <3

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