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Al Luna Park si colpisce con un tonfo

Al Luna Park si colpisce con un tonfo

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Sono andata al Luna Park che parevo la nonna di tutti i bambini presenti: scarpe coi brillocchi nuove di pacca (perché sono come loro, i bambini, le cose nuove sono da sfoggiare subito), calze bianche e look totalmente vintage. C’avevo pure le perle (finte) alle orecchie.
Pensare che quindici anni fa m’infilavo un catafalco di pseudo-gomma rigidissimo della Onyx, i jeans a vita più bassa della bassa, un paio di anfibi ed ero pronta per andare a saltellare nel già saltellante Tagadà.
Ieri invece il tipo del Tagadà mi ha chiamata col microfono definendomi “una tipa rockabilly”.
Lui probabilmente era drogato, ed io ero solo me una palata d’anni dopo.

In realtà non ho fatto alcun gioco, cioè vestita così non ne avevo tanta possibilità, ma ho fatto tremila giri in quel Luna Park di Arezzo.
I Luna Park sono bellissimi. Hanno in sè qualcosa di triste e di felice allo stesso tempo. Come chi vagabonda, come i pagliacci, come i gatti randagi.
Sono pieni di colori e pieni di gente che aspetta al freddo, sono pieni di bambini che scorazzano e di genitori che aspettano vedendo i figli scorazzare, non gli schiodano mica gli occhi da dosso (specie se sono genitori italiani), sono pieni di gente che pare non volere crescere mai, o che quando si accorge d’essere cresciuta, rimpiange di avere permesso il mondo intero ad averli costretti a farlo.
Sono pieni di pupazzi, giochi, inutile dire che Peppa Pig sia come una divinità, il suo spirito è (visibilmente) ovunque. Chi sta di là li tratta come pupazzi, chi sta di qua li tratta come “gli intoccabili”, sono oggetti meravigliosi, a prescindere da quello che sono realmente, ovvero animali di pezza. E che bello che esistono ancora, e che non sono diventati ologrammi, o cose da vedere se non davanti ad uno schermo.

Ci sono sempre i tipi che ti seguono, che fanno commenti, una volta ne eri lusingata, anzi, ti “gasavi” proprio, adesso che sei cresciuta sorridi.
“Hey, potrei essere tua madre!”. Ho pure le calze bianche di lana.
Ci sono sempre i camion con gli omini che fanno lo zucchero filato, le bande di ragazzi che non camminano, ma saltellano con i piedi a papera, il gioco meno frequentato e il relativo padrone più triste e infreddolito, la musica zarra, quella c’è sempre, ogni anno diversa ma sempre più tamarra.
Insomma, il Luna Park è tradizione, stesse abitudini, diversi giochi, alcuni, diverse musiche, ma stesso mood, stesso odore, stesse guance ghiacciate dopo un po’, stessi giri.
Qui ci si dimentica di computer, cellulari, o meglio, i cellulari si tirano fuori per due o tre selfie, ma quando giochi giochi. Alla vecchia maniera. Sali sull’autoscontro e c’è la realtà di quell’irrealtà, che è però sempre più reale di quella da cui siamo lobotomizzati, quella virtuale. Devi colpire la ragazza o il ragazzo che ti piace con un tonfo, non con un poke, e nemmeno con una “whatsappata”.

Quando vedo i Luna Park vuoti sono triste, vorrei che fossero eterni, perché lì ci sono i giochi, non i video-giochi.
Poi però sono contenta, perché allora sì che sono tutti per me. E quando ce n’è qualcuno di chiuso m’immagino cosa ci possa essere dietro la saracinesca grigia. Orsacchiotti? Papere finte? Monopoli? Hello Kitty giganti? Cosa?
Chiudo gli occhi e m’immagino. O a volte anche ad occhi aperti. E si sa, gli occhi aperti spesso sono chiusi.

Gonna: vintage
Scarpe: Miu Miu
Golf: Lazzari

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